DANIELE VERGNI | Fitte

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Fitte è l’attraversamento di un dolore dovuto a corpi contundenti, è l’affossamento provato dalla privazione, è il dolore pungente dell’asfissia, del proiettile, del tonfa, è la folla di persone che non lo sono più. Fitte è “un’indagine sul dove si posa / la bordatura delle cose tutte /attraverso tutti i trattenuti”.


Ammaccatura, affossamento, dolore e folla sono i quattro significati di fitta che scandiscono le quattro sezioni della breve silloge, tre delle quali ambientate in carcere (fino alla fuga) mentre la quarta, la folla di persone, è quando fuori la vita si dilata.
Di seguito, alcuni estratti inediti dalle prime tre sezioni, su gentile concessione dell’autore.

*

non vedersi sbattendosi addosso
respirare dirsi è così tutto
senza sosta riprende s’avvicina
arrivano alle mani senza scuse
il gesto inferrato abbrutito squassa
il braccio scrolla gli arti si spingono
per farsi avanti ora che non sono
fatti, non sono fatti per niente.


(botte da orbi si vedono bene
dall’occhio circuito chiuso rimasto aperto
sebbene le pagliuzze e le travi
di Santa Maria Capua Vetere)

*

il dolore dopo lo spezza e resta
un dovere che s’assesta piano,
fino a credere un distacco contatto
corpo sfasciato coi tubi dappertutto
un fiorire di fili che s’insozzano,
qualcuno fa fissa dimora nella pelle,
tutt’attorno ispessita arrossa
come le rose in giardino con le api
tutte, gli aghi dentro le fioriture
sono lesioni a grappolo, s’irradiano
non cessano un corpo dopo l’altro un altro colpo.

*
sbracciati strappi e svesti stravolti
nel deposito stipate stanche, cedo;


fanno gli adulti dritti a tarda notte
ne vanno fieri confondendoci, spegnendoci
la luce; resto qui e non ho pace.

*
nel sonno posseduto s’organizza
la violenza di un gesto affettuoso
che sia sempre una biografia
tra le righe scivola, piega
mezzo mondo entra mezza distanza
stessa infrange strappa la linguetta
da quell’orribile faccia sbaglia
nel posto arreso, sembra cada, invece
stabile crolla.

*

la lingua s’avvita potente per l’urlo
lo scongiuro, non conosco altro costo
per rinunciare al resto disgelo
con chi caspita se c’è urgenza
l’affetto di un abbraccio sciatto di riflesso
con le mani impossibili macchie
da esangue giunge alla gloria senza
passare dalla gioia, dolora,
perché triste non si può, rammarico
del vissuto felice lungo la traiettoria,
tra la trattoria e il posto del cane
zoppo che antepone il morso.
*
nei movimenti un ascolto evento
dura un po’ come tempo istante
finché qui tutto il mondo t’aspetta
senza scampo, forse una bestemmia
chiude la fuoriuscita, resta il cadere
a ridosso questo pezzo cadavere,
se resta e muore, un canto intorno.


(non ti ho saputo sistemare
il proiettile che fa morire)

Daniele Vergni
Dottorando in Spettacolo a La Sapienza, Daniele Vergni si occupa di Performance Art e Nuovo Teatro Musicale in Italia, dell’immagine acustica (vocalità e sonorità) della scena teatrale e performativa del secondo
Novecento. Ha collaborato con Rosaria Lo Russo in Controlli (Premio Pagliarani 2017), ed è redattore della rivista scientifica Sciami|Ricerche. Ha collaborato con Alfabeta2 e con Artribune. Ha pubblicato articoli in diverse riviste scientifiche tra le quali Biblioteca Teatrale, Arabeschi, Sciami|Ricerche, Giornale di Storia. La sua prima monografia è Nuovo Teatro Musicale in Italia (1961-1970), edita da Bulzoni, Roma 2019.

  • Immagini: Vincent Van Gogh, La ronda dei carcerati, 1890 + Fotografia di Luciano Borgna, Museo della memoria carceraria, Castiglia di Saluzzo.

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