CARLO RAGLIANI | Lo stigma

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Carlo Ragliani
Lo stigma
אֺת

Edizioni Italic Pequod, 2019

*

Un esercizio di disciplina – e di sacrificio scrive Mario Famularo, avvocato, redattore del trimestrale Atelier e di vari lit-blog, tra i quali Laboratori Poesia.

«Lo stigma è il segno che il dio biblico impose a Caino» dopo l’uccisione di Abele, «in un certo qual modo condannandolo a vivere; vivere però di una vita durissima, con una natura ostile e ogni genere di avversità, vagabondo e fuggiasco sulla terra: è il castigo estremo – nessuno potrà ucciderlo, altrimenti sarà punito sette volte.»

Più terribile della morte, la condanna al tempo, dunque. L’espiazione non è contemplata, non è l’erranza del Vecchio Marinaio coleridgeiano costretto alla narrazione in loop della propria colpa, quella strada che il dio degli umani propone a Caino. Semplicemente, si tratta di essere nel marchio della disgrazia con il peso dei giorni.
Il segno del male, il neo d’infamia del primo assassino è una traccia che riguarda l’umanità corrotta.

Il tema, trattato in un testo contemporaneo, «non può che rimandare all’esistenzialismo» suggerisce il prefatore, «e in particolare a Sartre.» Il filosofo infatti sostiene che «l’uomo è condannato ad essere libero: condannato perché non si è creato da se stesso, e pur tuttavia libero, perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa».

L’opera di Carlo Ragliani si articola in sette sezioni – «sette come nella promessa di castigo divina, e il numero continuerà a ricorrere nei testi». Ogni sezione è contraddistinta da una lettera dell’alfabeto ebraico e corredata da un titolo, da una citazione delle scritture: HE – Vagito, AJIN – Radici, TET – Luce nascosta, DALET – Nullificare, GIMEL – Privo, TAV – Caduta, RESH – Uomo.

Di questo percorso iniziatico, che si offre a noi come un’esoterica guida alla coscienza dello stigma; della trama che, di parola chiave in parola chiave, procede attraverso sette sezioni, pubblichiamo una poesia per ogni area.

*

ה
HE
Vagito

– Nascere
soli
e soli andarsene
ormai la solitudine
annoda la carne
alle amputazioni
guarendo
per seconda intenzione.

ע
AJIN
Radici

– Madre
l’amaro delle gocce
si perde
tra i passi compiuti
nell’assottigliarsi
della stasi
apprendere l’abbandono
l’anatomia
dell’inesistenza
ove il seme
si spegne.

ט
TET
Luce nascosta

– Ventre
l’amplesso
già consumato
tra saliva
e sacrificio
il fallimento della vita
conferma
il distacco che separa
ammalandoci
nell’etica dello spreco.

ד
DALET
Nullificare

Essere
la voce clamante
della negazione
che regna nello stomaco
e dimora nella sete
di una conquista
mai nostra.

ג
GIMEL
Privo

– Eva
è già perduta
la tua stirpe
l’essere minimo
e vile
rovina
tra le stagioni
la destinazione sterile
di ogni partenza
ormai tarda
come la morte
tra i giorni muti.

ת
TAV
Caduta

– Regno
l’imperativo dei fatti
costringe
dal suolo
ora sgorga
e si perde
la testimonianza
fallita.

Il viaggio arcano mi accompagna sempre nell’analisi dei testi letterari e ci tengo a scrivere solo questa piccola nota. Si offre al mio sguardo, al di là delle lettere indicate dall’autore, la lama del Matto (0), viandante Caino, errante Uomo alla ricerca di un senso. Adamo originario non è senza Eva, nella rovina della Torre (XVI), nel lavorio dell’adepto, nella visione del limite, del sacrificio necessario prima di qualsiasi trasmutazione ideale. Non c’è riscatto, in ogni caso, solo la consapevolezza della comune appartenenza al seme di Caino – l’Appeso (XII) gioca il suo essere minimo con la Senza Nome (XIII).

Dalet è la porta attraverso la quale passa l’Io Imperatore. Gimel è di solito associata alla terza lama, la stessa Eva Imperatrice – in questo viaggio arcano però più vicina alla terra scura, vile – la materia madre hyle. Se Resch è invece affine al Giudizio (XX), è risveglio non obbligato al Mondo.

– Obbedienza
è non identificarsi
nell’ottimizzazione
dominante
è rassegnarsi
alla frusta
o consumare confessioni
aspettando la fine
di questi giorni
l’intercessione
mai avvenuta.

*

Valeria Bianchi Mian

Portrait Dalila Rosa Miceli

Carlo Ragliani (Monselice, 1992) vive a Candiana, studia presso l’ateneo ferrarese di giurisprudenza. È Redattore in Atelier Cartaceo, e Caporedattore in Atelier Online. Suoi interventi critici appaiono in “Nazione Indiana”, con pubblicazione ne La radice dell’inchiostro (ArgoLibri, 2021), ne il numero centesimo di “Atelier”, ne “Il Segnale” (nr. 119), in “Poesia del nostro tempo”, in “Poetarum Silva”, in “Carteggi Letterari”, in “Inverso – giornale di poesia”, in “Menabò” online, in “Laboratori poesia”, ed in prefazione e postfazione a diverse pubblicazioni di poesia. Suoi testi sono apparsi su antologie e riviste letterarie, tra cui “Il Segnale” (nr. 121), “Poetarum Silva”, “La Balena Bianca”, “Inverso”, “Carteggi letterari”, “Niedergasse”, “Atelier” e tradotti in lingua spagnola dal Centro Cultural Tina Modotti. Ha pubblicato Lo stigma (Italic Pequod, 2019). 

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