Adelaida (Nutrimenti, 2024) di Adrián Bravi
Ha i lineamenti fini, l’andatura elegante, le labbra con il rossetto, l’aria austera e due occhiaie profonde che le appesantiscono il viso. Potrebbe essere una delle tante donne costrette a lasciare la propria terra e a recarsi altrove: una sefardita che abbandona la penisola iberica per andare ad Amsterdam, dopo che i re di Spagna hanno decretato l’espulsione degli ebrei dai loro territori; un’ebrea di Odessa in fuga dalla Germania negli anni Trenta; un’Ágota Kristóf che in seguito all’intervento in Ungheria dell’Armata rossa fugge in Svizzera; oppure la fotografa e artista afghana Fatimah Hossaini, costretta a lasciare Kabul quando i talebani entrano trionfanti nella capitale, dopo il ritiro delle forze occidentali. Adelaida sa che adesso non è più in pericolo di vita, ma non sa cosa l’attende nella nuova dimora, se potrà rimanere in Italia o se sarà costretta a ripartire di nuovo. “Quante volte devo nascere ancora?”, si chiede. (p.84)
Quante anime abitano un corpo nel corso di una vita? Se lo chiede Adrian Bravi, in questo suo ultimo lavoro letterario, in cui ripercorre la Storia sanguinosa del Novecento argentino sulle ali trasformative della figura di Adelaide Gigli (la figlia del pittore Lorenzo Gigli; la moglie dello scrittore David Viñas; la donna di Contorno, rivista militante da lei fondata in Argentina; la madre di Mini e Lorenzo, due montoneros, guerriglieri contro il regime dittatoriale argentino negli anni Settanta, entrambi desaparecidos; la ceramista; la scrittrice; l’amica; perfino “la sgualdrina”, appellativo con cui in Italia un vicino di casa folle tenta di minare la sua vitalità). Nel corso della biografia di Adelaida, riusciamo a ricostruire anche alcuni momenti cruciali della vita di Bravi stesso: l’infanzia a San Fernando, l’arrivo in Italia, gli anni dell’università, la nascita del figlio, le iniziative editoriali, i ritorni in Argentina negli anni Novanta. È come se, nel raccontare la vita dell’amica, Bravi riuscisse a intrecciare la sua vicenda personale alla Storia del suo paese d’origine, con una modalità di presenza autoriale simile a quella di Emmanuel Carrère.
La pacatezza e l’ironia sono la cifra stilistica di Bravi, che costruisce un personaggio dai tratti tragici del mito, ma con scintille di allegria molto umana. Un personaggio, che è persona reale, che vive tra due lingue e tra due culture. Anche il romanzo stesso, dato il tema e le tracce di spagnolo presenti, può essere considerato un romanzo italiano e argentino, allo stesso tempo. Questo è un tratto peculiare di una certa letteratura ormai transnazionale e transculturale.
In altri romanzi Bravi ha trattato il tema dell’identità attraverso la migrazione, prediligendo però come genere la fiction. In Verde Eldorado (Nutrimenti 2022) il protagonista è Ugolino e siamo nella Venezia immediatamente post colombiana, nel 1526. Per via di un incendio, il suo volto è deturpato e per evitare gli sguardi altrui vive recluso in una stanza. Ma vivere una vita così gli è insopportabile, perciò sceglie di intraprendere un viaggio nel Nuovo Mondo per cercare il suo posto nel mondo. Un viaggio al contrario, complementare, rispetto a quello fatto da Bravi e da Adelaida.
A proposito di genere, in effetti più che una biografia, ci troviamo al cospetto di una narrazione che risponde a più esigenze: è un memoir, considerato come vengono ripercorsi i ricordi dell’autore intrecciandoli a quelli della protagonista, in cui la memoria è evidentemente il cuore pulsante della narrazione. Una memoria che deve essere difesa ma che allo stesso tempo va anche inevitabilmente persa. Come accade ad Adelaida a causa dell’Alzheimer, una beffa del destino per una donna che si è dovuta fare archivio vivente per sopravvivere e far sopravvivere i suoi morti. Ma la perdita della memoria può essere anche forma di liberazione, come per gli elefanti
che sanno morire in pace e dimenticare la propria solitudine (p.12).
La vita di una persona non si conclude comunque con la morte. E certo non quella di Adelaida che continua, sempre con grande discrezione, a far parlare di sé attraverso il romanzo di Bravi e grazie agli archivi, alle mostre, ai monumenti e alle piazze, che sono e le saranno – ci piace immaginare – dedicate. Come dice Javier Marías in Domani nella battaglia pensa a me, «non posso cessare di esistere mentre tutte le altre cose e le persone rimangono qui e rimangono vive e sullo schermo un’altra storia continua a svolgersi».
Bravi si fa mediatore dell’arte di Adelaida Gigli come ceramista e come scrittrice, anche attraverso la tessitura di riferimenti letterari e culturali che costellano la biografia intera: il richiamo a Cent’anni di solitudine o ad alcuni miti della tragedia greca, le analogie con i labirinti di Borges, o le stanze tutte per sé di Virginia Woolf.
L’attività di ceramista di Adelaida – il plasmare la ceramica, è interpretato come gesto catartico per riportare alla vita coloro i cui i corpi sono dispersi o sono polvere; ma è anche rappresentazione di sé e di come gli accadimenti ci plasmino continuamente, al di là della nostra volontà.
Diede voce alle sue mani per plasmare il dolore che le era toccato in sorte. (p 87)
Lo strano affetto che Adelaida nutre per la polvere, simbolo delle stratificazioni del tempo e quindi della memoria, si ritrova nel romanzo di Bravi La pelusa (Nottetempo 2007), la polvere, appunto, nella forma di un’ossessione.
Adelaida ha un rapporto sui generis anche con le le analisi del sangue, cui si sottopone di frequente. Bravi riporta con ironia affettuosa un aneddoto significativo. Quando è preoccupata, Adelaida va a fare le analisi, anche se preventivamente non fa nulla per migliorare la sua condotta alimentare, né lo stile di vita. È come se andando a sottoporsi ai test clinici chiedesse al mondo: “come sto andando nella vita?”. In effetti, la risposta non le importa poi troppo: lei vive come sente, in totale onestà. È in parte cosciente di questa sua fissazione quando confessa all’amico
«Ho scambiato l’angoscia per un raffreddore» (p.99)
Gli estratti dagli scritti di Adelaida (che in originale sono tutti in spagnolo e tradotti da Bravi per la prima volta) si alternano ai commenti di Bravi, come a riprodurre il dialogo che hanno avuto nel corso della loro lunga amicizia. Per esempio, a proposito della «frase lapidaria e inquietante» che chiude uno dei racconti di Gigli, della raccolta Paralelas y solitarias. Cuentos 1976-1986 (Córdoba, Alcion, 2006):
«Nessun torturatore può baciarmi la bocca» (p.122)
Bravi commenta:
Ho provato a immaginare che il torturatore sia lo stesso lettore che sta leggendo il suo racconto, a cui lei concede tutto tranne un segreto, ovvero quel non detto che resta circoscritto nella sfera dell’intimità, nella sua bocca, il luogo deputato al racconto e al silenzio. (p.122)
Ci sono almeno due posture adatte a leggere questo romanzo di Bravi. La prima è certamente quella dello storico, interessato alla cronaca dei fatti, dei colpi di stato e dei crimini contro l’umanità, riportati da Bravi con la meticolosità del reporter, con una focalizzazione che permette a chi legge di assistere agli eventi come se stessero avvenendo sotto i propri occhi.
L’altra è quella di chi, come su un tappeto volante, osserva dall’alto, in una prospettiva d’insieme, lo svolgersi di eventi che non saprà mai se sono realmente avvenuti così come vengono raccontati, ma percepisce tutta la portata della verità raccontata: l’esercizio del potere può incidere profondamente sulla vita delle persone, si insinua nelle menti e opera sul destino fin dall’infanzia. Chi resiste e gli si oppone può farlo in molti modi: con le armi, come i figli di Adelaida; oppure come ha fatto lei con discrezione ma con fermezza, attraverso l’arte e una vita intellettualmente vivace.
P.S. Il 26 settembre p.v. uscirà il nuovo romanzo di Bravi, La nuotatrice notturna (Roma, Nutrimenti) Ne parleremo…stay tuned!
Bio
Adrián Nazareno Bravi è uno scrittore bilingue nato a San Fernando, in provincia di Buenos Aires nel 1963. Dalla fine degli anni Ottanta vive in Italia, a Recanati. È autore di un importante saggio sul plurilinguismo La gelosia delle lingue (Macerata, EUM, 2017), ma il genere più praticato è la narrativa. Il suo romanzo d’esordio è in spagnolo: Río Sauce (Buenos Aires, Paradiso, 1999). Successivamente, ha pubblicato in italiano: Restituiscimi il cappotto (Ravenna, Fernandel, 2004); La pelusa (Roma, Nottetempo, 2007); Sud 1982 (Roma, Nottetempo, 2008); Il riporto (Roma, Nottetempo, 2011); L’albero e la vacca, (Milano, Nottetempo, 2013); L’inondazione (Roma, Nottetempo, 2015); Variazioni straniere, (Macerata, EUM 2015); L’idioma di Casilda Moreira (Roma, Exòrma, 2019); Il levitatore, (Macerata-Roma, Quodlibet, 2020); Quattro novelle sui rattristamenti (Macerata, Edizioni Volatili, 2020); Verde Eldorado (Roma, Nutrimenti, 2022), Adelaida (Roma, Nutrimenti 2024).

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