Tre libri | Alida Airaghi

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Il Convivio Editore pubblica per la collana “Occhionudo”, diretta da Paolo Castronuovo, il volume Tre libri, che raccoglie le opere della poeta Alida Airaghi diventate quasi introvabili: Litania periferica, Un diverso lontano e Frontiere del tempo, edite agli inizi del 2000 dall’editore Manni. In Litania periferica si esplora la marginalità e l’incomunicabilità che caratterizzano l’epoca attuale e sono presenti commoventi note biografiche, seguite da poesie dedicate a personaggi appartenenti all’ambito scientifico e ad animali asiatici. Un diverso lontano ruota intorno al tema della distanza, sia fisica che emotiva, e compaiono tra l’altro quelle figure appartenenti alla mitologia greca che più hanno saputo vivere con coerenza e coraggio la propria femminilità, fedeli a sé stesse. Frontiere del tempo propone una riflessione accurata sul concetto di tempo: si richiamano grandi filosofi e scrittori del passato, e sono presenti ispirazioni bibliche che aprono a intense riflessioni sulle nostre esistenze vulnerabili. Tre libri è dunque un’opera completa perché rende nuovamente accessibile al pubblico un segmento importante dell’attività letteraria della Airaghi, poeta tra le più significative della contemporaneità, la quale, con un linguaggio essenziale, senza sbavature, approfondisce tematiche universalmente salienti.

Da Tre libri (Il Convivio Editore 2025)

Da Litania periferica (2000)

Sabato sera

I piedi neri che sporgono dal letto,
brache arrotolate sui polpacci: Isaac dormicchia
in canottiera, sudato, sporco di terra, e il fiato
gli puzza d’aglio e di vino. Il suo vicino è Moses,
curiosi nomi di ricchi ebrei, i loro, che invece
più musulmani di così si muore.
Moses fa il bucato in una bacinella, lava
calzini e varia biancheria; mai fatto prima
in vita sua il bucato, ma ora che è via di casa
si arrangia in tutto, e canta nenie, Moses, e lava
spazza cucina, proprio come se fosse una donna.
Appeso al muro è uno zaino semivuoto, due giacche
a vento buttate sulla sedia per quando piove,
per terra sandali, scarpe da tennis quasi nuove.
Isaac insiste a non aprire gli occhi e pensa
a sua sorella, a una ragazza bella che ha incontrato
la mattina e lo guardava triste, imbarazzata
al ciao di lui, al suo sorriso: ma sua sorella mai
starebbe a osservare uno straniero; e Isaac sa
cos’è bene e cosa male, lui che è nero.
Moses lo spruzza di acqua saponata, gli urla “Alzati!”
facendolo grugnire. Isaac si alza, spalanca fauci
e braccia, va a pisciare nel cesso lordo da far paura
e poi si veste senza lavarsi, si cambia i pantaloni,
infila una camicia scura.
Decidono di uscire. La camera odora di corpi
lucidi accaldati, ci sarebbe bisogno d’aria fresca,
di una sera pulita nei polmoni.
Ciondoloni si avviano per la strada sterrata
fino a un viale che sbuca sul raccordo anulare;
parlano ridono, fanno versacci ogni volta che ne incrociano
una, poi le girano attorno caroselli eccitati,
carambole di balli improvvisati, e lei si arrabbia,
li manda a quel paese.
Moses e Isaac riprendono il cammino,
sulla strada una fila di auto interminabile,
voglie pesanti da sabato sera, noia di tutti contro la loro
gioia: grazie dell’aria, della libera uscita, di una vita
lontana dalla storia.
Memoria di non esserci, di non essere contati
altrove, in un dove che non sia la propria stanza,
danza che trova un senso solo nel movimento,
nella fatica di andare sempre. Ecco che vanno
in centro, prendono l’autobus, stipati tra tanti
disperati come loro, lingue diverse, altri colori,
e fuori dai finestrini è buio, e nei pensieri buio
o luce a sprazzi. Ragazzi pronti alla discoteca
si trascinano a cercare nuove facce e nuovi sessi,
storditi amplessi per dimenticarsi. Isaac invece vorrebbe
ritrovarsi, sentirsi pieno e accolto e benedetto;
in un letto di piume magari, in un fiume che scorre,
dentro una donna moglie. Asseconda le sue voglie serali,
si avvicina a due giovani amiche, spingendosi tra loro
con il suo corpo forte; a una preme il seno col torace,
all’altra tocca il fianco come senza volerlo. Moses
lo guarda e ride, Isaac strabuzza gli occhi, gode
del suo coraggio malandrino, finché un giovanotto
lì vicino avanza minaccioso a dirgli di piantarla:
ma Isaac lo sovrasta di una testa, è una bestia di muscoli
e allegria, l’altro non osa nulla e torna via,
a sedersi al suo posto. In centro tutti scendono,
le due donne ancheggiano gazzelle e ammiccanti
davanti ai due ghepardi noncuranti. Belle le luci
come se fosse giorno; intorno gente, tanta ed elegante,
ressa nei bar, voci e baci, bulli e pupe.
Isaac e Moses camminano veloci, guardano rapaci
e avidi quello che non avranno: una cena con bianche
tovaglie, camerieri ubbidienti alle spalle, madame
ingioiellate, e soldi, soldi. Trovano conoscenti
ad angoli di strade affollate, magrebini, ghanesi,
altre facce già viste nei loro quotidiani appostamenti:
è un fioccare di saluti rituali, di frasi gutturali
incomprensibili, grandi manate, abbracci,
esibizioni candide e orgogliose di oggetti in vendita
invenduti, oltraggi e sputi dietro a chi passa ignaro
e non acquista, canti di scherno a un inverno
dei cuori, a un fuori meno freddo di ogni interno.
Moses e Isaac svoltano in un vicolo diverso
da quello dell’altra settimana: questo si chiama
Via della Borsa. Tentano l’avventura e la ventura,
che il loro Dio gliela mandi buona come la volta scorsa
almeno, una matrona spaventata che non aveva opposto
resistenza. Senza fiatare seguono uno dal fare impiegatizio,
tenera pelatina e occhiali spessi, un giubbino di stoffa
striminzito. Di colpo lo spintonano in un canto, Moses
gli blocca mani e bocca, il tizio quasi casca mentre
Isaac gli strappa il portafoglio dalla tasca, e via
di corsa che non rinvenga, che non gli venga in mente
di urlare. Si fa presto a contare quarantacinquemila lire,
bestemmia Moses in italiano, Isaac ha il fiatone
e guarda lontano, vorrebbe riprovare con un altro
tra la folla, ma – strano – è Moses questa volta a non volere,
dice “Ci bastano per bere, per fare qualche cosa”,
e maledice la sorte, implora la morte più schifosa sui ricchi
nascosti a farsi ricchi senza che nessuno li tocchi.
Loro, pitocchi, devono adesso
tornarsene a casa, rabbiosi impotenti, riprendere l’autobus
con poca gente e stanca, stare zitti a guardarsi le scarpe,
appoggiando la testa al finestrino. Che voglia di altre notti,
altri vestiti addosso, padri severi a cui ubbidire, parole
compagnia consolazione, e invece qui il silenzio perdizione,
condanna a non esistere.
Alla fermata giusta Isaac e Moses scendono, ed è già scuro,
le macchine più rade, il viale non risponde ai loro passi.
Moses fischietta, Isaac dà calci ai sassi.
Ritrovano le donne accanto ai fuochi, e quella, sfatta,
che avevano schernito poco prima. Fanno salamelecchi,
sorrisini: le chiedono se con quanto hanno rubato
li può accontentare tutti e due,
veloce, e buona almeno lei, sul prato.

*

Il lago

I
Non sono onde. Ne avrebbero forse
l’intenzione; increspature leggere,
rughe dell’acqua, e basta.
Non sarà mai tempesta,
questo lago, scarso coraggio
di farsi mare: se accoglie un fiume,
lo placa, lo annulla in una quiete
casta. E così niente corse né fughe
di pesci, ma vaghi girotondi,
guizzi di piume d’anatra in festa.
Bisogna aver paura di chi non sa osare:
laghi colline periferie.
Acque chete e profonde celano
malefici, stregonerie.

[…]

*

La volpe artica

È regina in Siberia,
esiliata dai suoi – distaccata
dai boschi, dal terriccio volgare
che ama la sua rossa cugina:
lei superba galleggia sui ghiacci
alla deriva, viaggia
pur non muovendosi.
Priva d’erbe o colori che siano altro
dal bianco – quando bianca
si aggira e silenziosa sulla neve, è la neve.

 

Da Un diverso lontano (2003)

Vorrei che tu non fossi, caro,
o che non fossi per me. Che fossi
un’altra cosa, un altro, in altro spazio
e tempo, e di cui dire “c’è”.
Ma non per me, non dentro me.
Essenziale come quello che deve essere,
e il suo esserci fa bene,
è un bene che si riconosce,
che gli altri (tutti gli altri) sanno.
Ma a me straniero, come un oggetto
che esiste però non ci appartiene,
ed è utile, perfetto: così vorrei che fossi,
indipendente e non nel mio pensiero:
vorrei saperti senza volerti,
sfiorarti come le cose intorno
a cui siamo abituati, tanto
da non notarle, da non desiderarle.
Una finestra, una matita;
il cucchiaio, il calendario.
Così ti vorrei, non mio e altro,
quotidiano nell’uso e necessario.

*

È per te questa messa serale
di ottobre, per vincere il male
della tua assenza: e ci sei,
sei vera nel tuo nome di fiore
ricordato ad alta voce,
mia madonna ai piedi di una croce mentale,
nostra promessa di sopravvivenza.
Prega per noi adesso e nell’ora
più severa, tu che ammessa
a godere la luce del suo volto
ci vedi come siamo rimasti, qui,
increduli e sbiaditi, ma in ascolto,
a tentare una preghiera.

 

Da Frontiere del tempo (2006)

Gettati nel tempo
(in questa storia,
in questo preciso momento).
Fissati in uno spazio certo
(tra il mare e il deserto
tra il lontano e il vicino).
Nel qui e ora di un sempre,
di un dovunque indifferente:
potevamo essere diversi
da ciò che siamo stati?
Bloccati nel cemento
di un destino esigente…

*

Esserci, nel tempo,
è farlo nostro, il tempo.
Imprimerci, nel tempo:
lasciare un’orma.
Che sarà cancellata
dal non tempo,
dalla danza di un’onda.
Ma c’è stata.
È abbastanza.

*

Tutti i miei giorni sono degli addii:
al maglione logoro sui gomiti,
alle scarpe consumate.
All’estate che è finita,
al libro terminato e messo via.
E al pensiero inservibile,
all’amore inguaribile,
all’amico che mi ha detto una bugia.

 

*

Alida Airaghi nasce a Verona nel 1953 e attualmente vive a Garda. Si laurea a Milano in Lettere Classiche e dal 1978 al 1992 insegna a Zurigo per il Ministero degli Affari Esteri. La sua produzione poetica è vastissima e raffinata, comprendendo opere come Il silenzio e le voci (Nomos, 2011), Elegie del risveglio (Sigismundus, 2016 / Nulla Die, 2022), Omaggi (Einaudi, 2017) e L’attesa (Marco Saya, 2018). Nel 2024, con Quanto di storia (Marco Saya), entra nella dozzina del Premio Strega Poesia. I suoi scritti, presenti in diverse antologie come Nuovi Poeti Italiani 3 e 6 (Einaudi, 1984 e 2012), si distinguono per uno stile sobrio e incisivo che scava nell’intimità e nell’essenza dell’esistenza. Accanto alla poesia, Airaghi si cimenta anche nella prosa, pubblicando racconti e romanzi brevi. La recente raccolta Tre libri, edita da Il Convivio Editore, ripropone tre delle sue opere ormai introvabili: Litania periferica (2000), Un diverso lontano (2003) e Frontiere del tempo (2006).

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