Dalla prefazione di Daniela Pericone
La raccolta L’ora che segue comprende poco più di cinquanta testi composti ed elaborati nel corso degli anni, tenuti a lungo nell’ombra come un talismano o come una via di fuga segreta. Anche l’ora del titolo sembra contenere una dilatazione temporale, se il senso rimane sospeso tra un seguito che si origina dal passato e un tempo di là da venire. In questa diacronia, in una sorta di osmosi tra ciò che è stato e ciò che sarà, si muove l’ispirazione poetica, da cui sorgono esemplari questi versi (dalla prima sezione intitolata Freddo e notti brevi): «Il dolore è più breve / del tempo rimasto, / pensai, / e al passaggio del vento / tremano sempre i fili d’erba» (Non accadde all’improvviso). Si definiscono due temi importanti dell’immaginario e del linguaggio dell’autrice, il dolore e il tempo, che di volta in volta si legano a una costellazione di correlativi oggettivi attinti a scenari naturali (vento, neve, pioggia, cielo, alberi, foglie, erba, monti, onde), ambienti urbani (strade, viali, case, balconi, terrazzi) e interni domestici (bicchieri, specchi, orologi, tavoli). Su tali elementi si innesta e agisce il doppio motivo del partire/ritornare, declinato in molteplici varianti, lessicali e semantiche, concrete e simboliche, spaziali e temporali. L’impulso principale di questa poesia è dunque di segno dinamico, è il topos del viaggio, del cammino, dell’impermanenza in senso lato. […] In più di un’occasione affiora un affine senso del tragico, appaiono deserti e rovine, notti e silenzi, laddove a destare la scrittura è ancora lo sbandamento dell’io per la perdita di una collocazione nel mondo, qualcosa di straniante che è insito nella locuzione al posto di e si ripete in diversi momenti: «Adesso silenzi troppo grandi / conservano rovine. / Ogni cosa ha perso il posto / che gli avevamo dato.» (Avremmo forse dovuto), poi anche «e cambiano di posto», «ogni corpo avrà il suo posto», «prova a lasciarmi il posto» (da Se avessi parole nuove mai ascoltate, Sembra dicembre, La sera si è dissolta sul terrazzo). Tuttavia la dizione ha un andamento piano, narrativo, in linea con un registro che non è mai cupo, oscuro, perturbante. L’effetto drammatico, infatti, pur risaltando in alcuni quadri, è sempre temperato da un dettaglio baluginante, come un imperativo di luce. […]
Da L’ora che segue (puntoacapo Editrice 2021)
Nessuno credeva
che sarebbe ritornato
a fiorire il rosaio
alla fine della strada.
Il silenzio era falso.
Solo oltre i muri
si arrendeva il vento.
Ponti deserti le attese
sulla schiuma dell’onda.
Bastava stringere forte le mani
nascoste dietro la schiena
per trattenere l’incredibile.
*
Dimentico sempre
quanto sia grande questa casa.
Se lo ricorderò in un sogno,
lo dimenticherò in un altro.
Sembra che tutti la vogliano lasciare,
ognuno si prepara a modo suo.
È tempo di affondare
le lame nella terra.
Tutto è pronto
nell’alba muta.
A ogni ritorno inatteso
si ritroverà
l’incanto perduto.
Nella nebbia di settembre
il sole lascia un posto vuoto
per chi vorrà restare.
*
Il viale che scegliamo
aiuta a iniziare il viaggio.
Sono nomadi le linee
nel palmo della mia mano.
Carovane nel deserto
in direzione libera.
Afferro la moneta
prima che cada a terra
e scelgo la scorciatoia
al bivio del cammino.
Curva di orizzonte
senza vacillare mi avvicino,
ospite del giorno
lieto e riconoscente,
purché ovunque arrivi
possa tornare a casa.
*
Arrivo da molto lontano
a notte fonda
ho camminato a lungo
indifferente a ogni ombra nascosta.
Si apre silenziosa una luce
non so quanto manca
all’alba su quest’isola.
Ho sentito dire che qui da te
esiste la pietà,
facili vittorie,
silenzi che perdonano.
Qualche volta penso
che riuscirei a viverti accanto
smarrita nella somma dei miei anni.
Ma non posso restare ferma
e sentire la notte tremare
dietro la porta.
*
Il mistero è nel piede che segue l’altro piede.
Non è una fuga
è lo stacco del passo dalla sua posa
nel viaggio che mi aspetta.
Tu comunque resti indietro.
Le tracce che lascio
sono piccole isole
lontane sulla mappa.
Tu le ricalchi muto e parolaio.
Per chi come me è appena nato,
per un’antica tradizione
sparate il cielo a salve.
A te resta quello che credi di vedere.
*
Siamo la storia
dietro ogni treno che parte,
matrice di uno sguardo
che fa ombra nel deserto.
Fiammiferi accesi
distribuiti a caso
e lanciati lontano.
*
Caterina Scopelliti è nata nel 1958 a Roma. Vive e lavora a Reggio Calabria. Ha fatto parte di circoli culturali ed è stata impegnata in attività di laboratorio di scrittura e di lettura interpretativa. Ha tenuto letture sceniche e recital con gruppi artistici. Sue poesie sono pubblicate su riviste culturali, siti e blog letterari. L’ora che segue è la sua prima opera in volume.

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