Dalla prefazione di Marilina Giaquinta
[…] Noi siamo quello che scriviamo. E scriviamo quello che siamo. Cambiando l’ordine delle parole, il significato non cambia. L’aritmetica della vita. O della poesia, se si vuole. Questo vale, ancor di più, per David che scrive della sua vita, della sua memoria, della sua famiglia, dei suoi affetti, del suo dolore, della sua terra, dei suoi paesaggi, dei suoi cieli. Esaminandoli con la lente d’ingrandimento del cuore, riuscendo ad arrivare fin dentro le fibre, fino al fondo inesplorato dove si nasconde la vera natura e, quindi il senso, delle cose. Forse perché la poesia è l’unica forma d’espressione che consente di giungere all’essenza del mondo, forma che non si avvale di alcuna mediazione, che spesso anzi travolge il mezzo, lo rende anarchico, lo sregola, lo designifica, in un gioco di specchi paralleli che (si) riflettono all’infinito. Perché non è vero che il poeta è convinto che “la poesia sia la sola, possibile salvazione”. E neanche David mostra di crederlo. La poesia serve a perderci, a smarrirci, a disorientarci, a dismetterci, a irriconoscerci – qualcuno ha scritto che “ci vuole molta pratica per smarrirsi” – ed è un esercizio che nessuno fa volontariamente, aggiungo -. La poesia è l’anomalia di un sistema complesso, l’indeterminazione quantistica, la perturbazione che produce la catastrofe. E può farlo in molti modi. David sceglie quello dei “gesti lievi”, e cioè il modo a cui nessuno più ricorre nell’approccio alle cose che ci appartengono e che diventano, per questo, quasi invisibili, presupposte, date, immeritevoli dell’attenzione perché “minime”. […] E, allora, la sua poesia si fa invito, sprone, esortazione, incitamento, diventa umile preghiera e infiammata invocazione, comprensione docile e peana disperato, indignazione arresa e impetuosa tenerezza, senza smettere mai di essere forza e tempesta di credo, tensione e stupore di sguardo, sollecitazione a prestare riguardo e cura verso la micidiale fragilità delle cose, a conquistare la consapevolezza che quella è la materia di cui siamo fatti. E, allora, il paesaggio di David coincide con la (sua) geografia interiore, in una continua osmosi, scambio di senso e di riferimento: sconfinamenti e confondimenti, vasi comunicanti che, verso dopo verso, costruiscono l’identità del poeta, mostrando altresì l’esistenza di un tenace indissolubile rapporto uomo/natura, che disconosce, con polso fermo, il primato dell’uno sull’altra e che mina alle fondamenta di quello che, ingenui onnipotenti, chiamiamo Antropocene. […] David è il poeta dell’analisi lucida e accorata del tempo in cui siamo accaduti, è il poeta della riflessione attenta alla complessità del sistema societario in cui viviamo, con Adorno è convinto che “il bisogno di lasciar diventare eloquente il dolore è condizione di ogni verità”. David è il poeta dell’amore come inclusione dell’altro, dell’altro che, come dice il filosofo Byung-Chul Han, “non si lascia risolvere nel regime dell’Io”, che non si può assimilare, dell’altro che ci nega con la sua indisponibile diversità, ci espropria, ci rende mancanti, sfida il nostro limite e ci trasforma facendoci alla fine trovare, allo stesso tempo, conferma della nostra dignità e del nostro valore.
Dall’intervista di Gabriela Fantato a David La Mantia
DOMANDA: Nella tua poesia si avverte la centralità che tu dai al rapporto affettuoso e di cura verso gli esseri umani. Questo fattore attraversa tutti i tuoi testi, non pensi che la poesia nasca anche da un rapporto di tensione e conflitto con la realtà e le persone?
R: Polemos, il conflitto, fa parte della realtà umana. Ineliminabile, forse, come pensava Einstein. Ma cosa c’è di più rivoluzionario in un mondo in cui tutti urlano e sgomitano di parlare di cose appena percepibili, del rumore della lavastoviglie, di gatti diabetici. Non della natura, ma di ciò che si è sostituito alla Natura e ci circonda quasi inosservato. Cosa c’è di più alternativo di pensare, utopisticamente, a gesti lievi e non a oggi, ma a dopo domani. Ad un tempo in cui certi diritti e valori, certe attenzioni all’altro diverranno ovvie nel nostro vivere e non dovranno più essere oggetto di poesia, un tempo in cui i miei versi diverranno incomprensibili, perché ciò che tratto oggi, il rispetto, la dignità, la condivisione saranno elementi ormai scontati ed acquisiti. Cerco così di utilizzare un repertorio di immagini quasi sempre alternativo a gran parte della versificazione contemporanea.
Da Gesti Lievi. L’amore, se te ne accorgi (Il Leggio Libreria Editrice 2022)
Cambiare l’acqua ai fiori, pulire
il vaso, riconoscersi,
riprodursi, la bellezza
di chiamarsi nel giardino, cercarlo
se non ci appartiene, recuperare
quello che avevamo dimenticato,
in pratica la vita. Senza correre,
con il passo degli amanti
che cercano la bocca
prima della luce
*
La morte è semplice. È quando chiudi
la porta, quell’attimo, l’attimo
della mano sulla maniglia,
della penombra che conosce il buio,
della zanzara che gira a vuoto,
senza sangue. È lì, la barzelletta
di chi ride prima di farti ridere.
Lì, nella bonaccia, nel mare, nel nulla.
*
Sai, proteggersi dai raggi del sole
non è diverso dal custodire
il bianco stinto che siamo, nascondere
le rughe che diventeremo.
La vita sconosciuta non attende
le nostre precauzioni. E per quanto
tempo ancora insegneremo l’arte
di non bruciarsi la pelle,
costringere i corpi nelle vesti,
premieremo chi si trattiene
nelle cabine, chi rifiuta la spinta
sull’altalena? La nostra storia
non è conservare la lingua
nascosta tra i denti, le mani
forti sulla gola degli altri
*
Saremo sepolti di fiori al nascere
di primavera, quando la pioggia
accompagnerà le bare esauste
tra i cani spenti, docile
sull’asfalto, il metallo
delle pallottole nel cuore
a nutrire silenzi, teste basse.
Non andrà tutto bene.
Ma, se fosse possibile, salterei
a domani, a quando i corpi
nutriranno gli alberi e la cenere
non sarà più nell’aria, nel cielo.
Salterei agli sguardi ritrovati,
ai nomi che ridaremo ai fiumi,
alle terre, ai gesti che saranno
*
Cosa rende adulto il cuore? Baciare,
firmare per tuo conto e scalare
le ansie da sola, perderti
nella città, ritrovarti
se riesci nell’impresa,
se riconosci la tua voce,
se nervi e sangue ti assistono
fino al traguardo, se il pianto
di tua madre resta fedele
alla manina che gettava il sasso,
al saltello tra una campana e l’altra.
Cosa ti rende sola tra miliardi
di luci impazzite, tra esserini
come te, in cerca di pace, di sole?
Un andare il tuo che non risponde,
che costringe a sperare, a credere
lieve ogni passo, a sfiorare l’erba,
mormorare, far silenzio con un cenno.
*
Ogni sentiero è stato battuto,
ogni voce è diventata silenzio
e foglia in un albero. È bello
tacere stamani, è bello vedere
Il sole sorgere, usare parole
maneggiate dai poveri, vendute
in ogni mercato, pronte
ad essere fertili, madri, figlie.
*
David La Mantia (1963), allievo di Franco Fortini e Romano Luperini all’università di Siena, è oggi docente di italiano e latino al liceo scientifico Marconi di Grosseto. Ha lavorato a lungo come editor e ghost writer e pubblicato, per Carlo Cambi editore, Seb, Zanfi editore e altre case editrici, testi di tradizioni popolari, enogastronomia, racconti, poesie raccolte in antologie. Fa parte del C. T. S. della fondazione Bianciardi, è presidente dell’associazione Portavoce e membro del direttivo della Proloco Grosseto, con specifica responsabilità agli eventi culturali. La sua silloge A testa bassa (Innocenti, 2019) ha ricevuto il secondo premio nella sezione poesia edita al premio Città di Grosseto 2020. La sua ultima raccolta Gesti lievi (Il Leggio, aprile 2022), è stata tra le opere inedite proposte per il premio Pagliarani 2021. È stato il creatore e l’organizzatore del primo Festival di Poesia Terra di Mare, svoltasi nel maggio 2023 a Grosseto. È anche co-amministratore e uno dei protagonisti dei gruppi L’irregolare e Le finestre dell’irregolare, redattore di Bubbles magazine Italia e di Versolibero, e collaboratore fisso di Metaphorica rivista di poesia.

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