A cura di Maurizio Micheletti

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IL CUORE POETICO DI EDMONDO DE AMICIS
La scorsa primavera, in una bancarella del mercato antiquario, notai un libricino di poesie piuttosto malconcio. Si trattava di una raccolta di versi di Edmondo De Amicis, uscita in prima edizione dai Fratelli Treves nel 1881. Incuriosito, iniziai a sfogliarlo e a leggerne qualche pagina. Me ne innamorai. Lo portai a casa per pochi euro.
Conoscevo De Amicis per la sua attività di giornalista e poi di romanziere, soprattutto per il suo libro più famoso, Cuore, ma non come poeta. Eppure, tra le mani avevo le sue poesie: liriche dalle forme ben strutturate, tra le quali spicca il sonetto, con una speciale attenzione alla musicalità e alla rima. Queste forme classiche accompagnano tematiche e atmosfere tipiche del tardo romanticismo, che riecheggiano in componimenti aventi per tema gli affetti familiari—in particolare l’amore per la madre e per i bambini—sullo sfondo di scene domestiche e di ordinaria quotidianità, ma anche ricordi militari e di guerra.
Non mancano componimenti dedicati a fenomeni sociali allora molto sentiti. Ad esempio, Gli Emigranti mostra il lato più realistico e sociale di De Amicis, lo stesso che ritroviamo in Cuore. L’autore si sofferma sulla povertà e sull’emigrazione, descrivendo con partecipata compassione la sofferenza di chi è costretto a lasciare la propria terra. Questo fenomeno ispirò anche canti popolari come Mamma mia dammi cento lire, che risale proprio al periodo in cui De Amicis pubblicò queste poesie. Altre liriche, come L’Amore al Tramonto e L’Ultimo Giorno, rivelano un lato più intimo e personale, cantando sentimenti come l’amore maturo e la riflessione sulla morte, con un tono nostalgico e pacato. In Mezzogiorno (In Villa) troviamo echi vagamente leopardiani nella contemplazione solitaria del paesaggio (“Quindi un alto silenzio, una sovrana / Pace sembra regnar nell’infinito”).
Nel 1881 l’Italia aveva ancora un tasso medio del 67% di analfabetismo, con un profondo divario tra Nord e Sud. In tale contesto, il successo di De Amicis si consolidò soprattutto in alcune fasce della popolazione, tra le quali spiccano le famiglie della borghesia commerciale e industriale, dei funzionari statali, i militari, rendendolo di fatto un autore tra i più popolari dell’epoca, sebbene fosse poco apprezzato dalla critica letteraria. La sua fama era tale che la quarta di copertina del libro in mio possesso pubblicizzava ampiamente l’imminente uscita di Cuore, il libro che diverrà il suo più celebre.
Una delle cose che più mi hanno colpito è l’ultimo componimento, un vero e proprio commiato dal libro appena terminato, che suona come una preghiera e un augurio. In un incipit toccante, De Amicis saluta definitivamente la sua opera: “Va, caro figlio del mio cuore, addio! / Va pel gentil paese, / e la gente ti sia mite e cortese; / io t’ho scritto col sangue del cor mio…”.
E così, anche in De Amicis poeta, ritroviamo il cuore sempre al centro.
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Riferimenti editoriali: Edmondo De Amicis, Poesie, Fratelli Treves Editori, Milano, I edizione 1881, Costo Lire Quattro
DI SEGUITO, ALCUNE POESIE SCELTE PER VOI:
L’ AMORE AL TRAMONTO.
I.
Talor, sognando, mi raccolgo anch’io
Sopra la cima d’un ridente clivo,
In una villa tacita, e là vivo
Solo con te, le mie memorie e Dio.
In questo nido solitario e pio
Riposa il nostro cor del mondo schivo:
Tu governi la casa, io penso e scrivo,
Io sempre nel tuo core e tu nel mio.
Così trascorre sino all ultim’ ora
Il nostro dolce amore al mondo ascoso,
E il tramonto è più bello dell’aurora;
Tu chini il capo bianco vacillante
Sul fido petto del tuo vecchio sposo,
Ed io palpito ancor come un amante.
II.
E già, rapito nella mia ventura,
Mi fingo nel pensier te vecchierella
Coi capelli raccolti in bianche anella
E un mazzetto di chiavi alla cintura.
Io levo il capo da la mia lettura
Per ridirti che t’amo e che sei bella,
E tu sorridi e fuggi allegra e snella
Dicendo che son pazzo e che hai premura.
E la sera pei colli, a lenti passi,
Vecchierello galante, con la mazza
T’andrò dinanzi rimovendo i sassi;
E verrà un ottantenne e podagroso
Curato a desinar sulla terrazza,
E tu sarai beata, ed io geloso.
(1874)
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GLI EMIGRANTI
Cogli occhi spenti, con le guancie cave,
Pallidi, in atto addolorato e grave,
Sorreggendo le donne affrante e smorte,
Ascendono la nave
Come s’ascende il palco de la morte.
E ognun sul petto trepido si serra
Tutto quel che possiede su la terra,
Altri un misero involto, altri un patito
Bimbo, che gli s’ afferra
Al collo, dalle immense acque atterrito.
Salgono in lunga fila, umili e muti,
E sopra i volti appar bruni e sparuti
Umido ancora il desolato affanno
Degli estremi saluti
Dati ai monti che più non rivedranno.
Salgono, e ognuno la pupilla mesta
Sulla ricca e gentil Genova arresta,
Intento in atto di stupor profondo,
Come sopra una festa
Fisserebbe lo sguardo un moribondo.
Ammonticchiati là come giumenti
Sulla gelida prua morsa dai venti,
Migrano a terre inospiti e lontane;
Laceri e macilenti,
Varcano i mari per cercar del pane.
Traditi da un mercante menzognero,
Vanno, oggetto di scherno allo straniero,
Bestie da soma, dispregiati iloti,
Carne da cimitero,
Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.
Vanno, ignari di tutto, ove li porta
La fame, in terre ove altra gente è morta;
Come il pezzente cieco o vagabondo
Erra di porta in porta,
Essi così vanno di mondo in mondo.
Vanno coi figli come un gran tesoro
Celando in petto una moneta d’oro,
Frutto segreto d’infiniti stenti,
E le donne con loro,
Istupidite martiri piangenti.
Pur nell’angoscia di quell’ultim’ora
Il suol che li rifiuta amano ancora;
L’amano ancora il maledetto suolo
Che i figli suoi divora,
Dove sudano mille e campa un solo.
E li han nel core in quei solenni istanti
I bei clivi di allegre acque sonanti,
E le chiesette candide, e i pacati
Laghi cinti di piante,
E i villaggi tranquilli ove son nati!
E ognuno forse sprigionando un grido,
Se lo potesse, tornerebbe al lido;
Tornerebbe a morir sopra i nativi
Monti, nel triste nido
Dove piangono suoi vecchi malvivi.
Addio, poveri vecchi! In men d’un anno,
Rosi dalla miseria e dall’ affanno.
Forse morrete là senza compianto,
E i figli nol sapranno,
E andrete ignudi e soli al camposanto.
Poveri vecchi, addio! Forse a quest’ora
Dai muti clivi che il tramonto indora
La man levate i figli a benedire…
Benediteli ancora:
Tutti vanno a soffrir, molti a morire.
Ecco il naviglio maestoso e lento
Salpa, Genova gira, alita il vento,
Sul vago lido si distende un velo,
E il drappello sgomento
Solleva un grido desolato al cielo.
Chi al lido che dispar tende le braccia,
Chi nell’involto suo china la faccia,
Chi versando un’amara onda dagli occhi
La sua compagna abbraccia,
Chi supplicando Iddio piega i ginocchi.
E il naviglio s’affretta, e il giorno muore,
E un suon di pianti e d’urli di dolore
Vagamente confuso al suon dell’onda,
Viene a morir nel core
De la folla che guarda da la sponda.
Addio, fratelli! Addio, turba dolente!
Vi sia pietoso il cielo e il mar clemente,
V’allieti il sole il misero viaggio;
Addio, povera gente,
Datevi pace e fatevi coraggio.
Stringete il nodo dei fraterni affetti,
Riparate dal freddo i fanciulletti,
Dividetevi i cenci, i soldi, il pane,
Sfidate uniti e stretti
L’imperversar de le sciagure umane.
E Iddio vi faccia rivarcar quei mari,
E tornare ai villaggi umili e cari,
E ritrovare ancor de le deserte
Case sui limitari
I vostri vecchi con le braccia aperte.
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MEZZOGIORNO (IN VILLA)
Alla rampa del sol meridiana
Chiusa è la stanza, ed io seggo, insonnito;
E sento giù per un sentier romito
La canzone morir d`una villana.
Quindi un alto silenzio, una sovrana
Pace sembra regnar nell’infinito;
Sol tratto tratto nel giardin sopito
Frulla un’ala tra i rami e s’allontana.
E dalla muta cameretta oscura,
Fantasticando, con lo sguardo fiso
Delle socchiuse imposte alla fessura,
Veggo di là dai verdi piani immensi
La piramide bianca del Monviso,
Che domina il Piemonte, e par che pensi.
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L’ ULTIMO GIORNO.
Vorrei morire in questa bianca villa,
Su questo colle dai castagni ombrato,
All’alito d’un vento profumato,
Una mattina limpida e tranquilla.
E de la vita l’ultima scintilla
Espandere in un lieto inno al creato,
E dare all’orizzonte imporporato
L’ultimo lampo de la mia pupilla.
Ma non vorrei nella stanzetta mia
Avere i figli addolorati al fianco,
Non li vorrei turbar con l’agonia;
Vorrei che a me tornando in sull’aurora
Mi trovassero qui, placido e bianco,
Quasi nell’atto d’aspettarli ancora.
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PIOVETE, O BACI
Piovete o baci, dolorosi, ardenti,
Dolci, solenni, disperati e santi,
Sugli infelici da la vita affranti,
Sui martiri, sui prodi e sui sapienti.
Piovete sopra i pargoli innocenti,
Sulle mani dei vecchi vacillanti,
Sopra la bocca de le donne amanti,
Sopra la fronte bianca dei morenti.
Piovete sulle teste umili e care
E sui grandi dolor senza parola,
Piovete su le culle e su le bare.
Piovete, o baci, onnipotente arcana
Melodia che accompagna e che consola
Il pianto eterno della razza umana.
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AL LIBRO
Va, caro figlio del mio core, addio!
Va pel gentil paese,
E la gente ti sia mite e cortese;
Io t’ho scritto col sangue del cor mio.
Va, figlio, e posa su le bianche culle
E sul cor dei soldati,
E arridi ai giovanetti innamorati
E fa pensar le madri e le fanciulle.
Va, figlio, e porta ai bimbi una carezza,
E un saluto ai poeti,
E fra le mute e squallide pareti
Conforta la miseria e la vecchiezza;
E aggiungi un riso alle amorose feste
E ai convegni gentili,
E lascia un marchio sulle guancie ai vili
E getta un raggio su le fronti oneste.
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