Libranti | La nausea secondo Sartre

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La nausée di Jean-Paul Sartre (Gallimard, 1938)

Non è possibile recensire un classico come questo, a meno di non farne un saggio accademico, anzi un’intera carriera accademica. E non basterebbe. Oppure, si può provare a fare l’opposto e cioè un dialogo molto personale tra la recensora e il romanzo stesso. Ovviamente il timore reverenziale è enorme, ma ho provato a forzare la mano, fingendo che La nauseée sia uscito oggi e che la trama parli direttamente alla mia contemporaneità. Per questo, tantissimo contesto verrà tralasciato per raccontare questo libro immenso al fine di renderlo accessibile a qualsiasi lettrice e lettore che abbiano oggi voglia di leggerlo senza dover fare ricorso a conoscenze particolari.

Non so se sia giusto, se sia possibile, ma questo è l’intento con cui mi accingo a mistificare le pagine sartriane.  

Antoine Roquentin, il protagonista, trascorre la maggior parte della sua giornata a scrivere, in un quasi totale isolamento sociale, con un’alterazione di tutte percezioni sensoriali, tranne una: le nausee, giornaliere e intense, improvvise, percepite con chiarezza. Ciò che non è chiara è invece la loro origine. 

Trentenne, storico, scrittore, Antoine, prima dell’inizio dei fatti narrati, aveva deciso di lasciare Parigi e isolarsi nella cittadina di Bouville, per scrivere un romanzo storico su un certo M. de Rollebon. In realtà questo personaggio è solo apparentemente il movente dell’azione. In realtà la sua funzione è metaletteraria, cioè consente l’immedesimazione di quel lettore che è anche scrittore, perché le ossessioni e le idiosincrasie di Antoine le comprende bene chi ha provato su di sé l’esperienza alienante della scrittura, che subdolamente ti illude di essere parte di quel mondo che invece ti sfugge di mano proprio mentre tu scrivi.

Antoine si muove per Bouville, alternando pensieri e scrittura. I luoghi d’incontro con le altre persone, la locanda, la biblioteca, ecc., sono l’anticamera della sua nausea, legata alla percezione subitanea e vertiginosa di essere vivo, esistente, e, dunque, di dover morire. Tale consapevolezza, lucida e inequivocabile, indurrebbe chiunque alla nausea, eppure ad Antoine sembra che nessun altro essere umano intorno a lui provi la stessa sensazione. Questa è la ragione per cui la relazione con gli altri è così difficile, la separazione tra lui e gli altri è incolmabile, anche quando ci si siede allo stesso tavolo, si mangia lo stesso cibo e si condividono persino alcuni ideali politici o di attitudine alla vita. 

Nel corso della narrazione, che incede senza altro filo conduttore che le azioni quotidiane di un essere umano un po’ complesso com’è Antoine, talvolta si finisce col perdersi, dimenticando di chi la voce narrante stia parlando e perché, immerso in un vortice di cambi repentini d’umore, che provocano disorientamento. Non è facile stare nella mente di Antoine: vedere dall’esterno i suoi pensieri  – leggerli – fa quasi paura, in effetti, perché è come sentire l’ingranaggio dei suoi processi logici e accorgersi che si tratta non di un’armonia d’orchestra ma di un soliloquio, in cui tutte le persone attorno sono inaccessibili, anche se vicinissime. Tutte, tranne Anny, la sua ex amante, che è invece lontanissima fisicamente ma allo stesso tempo presente, e con la quale l’emersione dall’isolamento è possibile, desiderabile, accessibile. Tranne per i pensieri rivolti alla donna, per tutto il resto del romanzo, il protagonista si sottrae al lettore e alla lettrice, respingendoli in tutti i modi, gli stili e le retoriche immaginabili, dissolvendosi nel turbinio delle sue percezioni. 

A un certo punto, Antoine riceve una lettera da Anny, in cui la donna gli dà un appuntamento. Da qui in poi, tutta la narrazione sarà intervallata dal pensiero di questo incontro, che scandirà le giornate, le ore, i minuti del protagonista. Giunto il gran momento (senza il quale, in effetti, potremmo dire che più che un romanzo stiamo leggendo un bellissimo saggio di filosofia esistenzialista), al di là di ogni previsione, Anny si rivela completamente cambiata. È venuta per dire addio, non per restare, nemmeno per poche ore. Come mai? Perché anche lei ha provato la nausée, cioè la percezione dell’esistenza nella sua nudità: i momenti perfetti, quelli in cui, stando insieme, lei e Antoine riuscivano a dimenticarsi del tempo che scorre e si illudevano di sconfiggere l’orrore dell’esistenza, sono finiti. Anny si è fatta un bagno di consapevolezza e ora vive come fosse già morta, trascinandosi da un incontro vuoto all’altro, per evadere, ingannare il tempo ma non la morte che è ormai parte di lei. 

Lo sai, mettersi ad amare qualcuno è un’impresa. Bisogna avere una energia, una generosità, un accecamento… C’è perfino un momento, al principio, in cui bisogna saltare un precipizio: se si riflette, non lo si fa.

Entrambi non sono più in grado di vivere l’accecamento. Prima di questo incontro, Antoine si era tormentato al pensiero di quante volte in passato Anny avesse sabotato i loro momenti insieme. Ora invece desidererebbe persino quell’inferno, visto che in effetti inferno non era: dati i due personaggi, era il miglior paradiso cui potevano aspirare, che infatti non gli sembra più così male. 

Invece, la storia di Antoine Roquentin e Anny finisce così, con lei che parte per sempre, non importa dove e con chi, mentre lui decide di interrompere la scrittura del libro su Rollebon, che nel frattempo gli era diventato antipatico, e di tornarsene a Parigi. 

Come mai questo dissidio tra l’autore e il suo personaggio? Nel consultare le carte per ricostruire le vicende di Rollebon, Antoine si era ritrovato a essere “pieno di malanimo verso questo piccolo presuntuoso così bugiardo”: infatti, aveva avuto la sgradevole sensazione che facesse “il misterioso nelle più piccole cose”. Il fatto è che Antoine era felice che il suo personaggio “mentisse agli altri”, ma avrebbe voluto che per lui facesse un’eccezione. Il tradimento è profondo e imperdonabile, dal momento che aveva attribuito a Rollebon un ruolo insostenibile per chiunque: essere l’unica giustificazione della sua esistenza. Tutti vogliamo essere speciali per qualcuno, soprattutto se quel qualcuno siamo noi a crearlo. E a trasformare l’amore in odio, ci vuole un attimo. 

Molti sono i passaggi formidabili del romanzo, soprattutto quelli che riguardano la relazione con il tempo, con la scrittura e con gli altri esseri umani.

In primo luogo, la lettera di Anny, che destabilizza Antoine perché non riesce a connettersi con il ricordo della donna. 

Non posso risalire alla donna che l’ha presa in mano, che l’ha piegata e messa dentro la busta. Che non sia proprio possibile pensare a qualcuno nel passato? Fintanto che ci siamo amati, non abbiamo permesso che il più infimo dei nostri istanti, la nostra più piccola pena si distaccasse da noi e restasse indietro. I suoni, gli odori, le sfumature della luce, persino i pensieri che non si dicevano, tutto, portavamo con noi e restava vivo: non avevamo mai cessato di e gioirne e soffrirne al presente. Tre anni in un solo presente. È per questo che ci siamo separati: non avevamo più abbastanza forza per sopportare questo fardello. 

Se un eterno presente è insostenibile, il passato è per i privilegiati che possono permetterselo.

Ma chi vive in modo instabile, chi si trasferisce spesso, chi non ha una dimora fissa, non sa dove accumularlo questo passato, pur volendo. Tale è la condizione di Antoine e di tutti i déracinés che nella prima metà del Novecento hanno popolato Parigi e fatto la storia della letteratura. C’è qualcosa di romantico nella malinconica invidia che prova il protagonista nel descrivere le vite delle famiglie “in mezzo ai loro ricordi”, sul far della sera. 

Dolce luce, la gente sta in casa. Leggono, guardano il cielo dalla finestra. Per loro, è un’altra cosa. Sono invecchiati in un altro modo. Vivono in mezzo alle cose ereditate, ai regali, ed ogni mobile per loro è un ricordo. Pendole, medaglie, ritratti, conchiglie, fermacarte, paraventi, scialli. Hanno armadi pieni di bottiglie, di stoffe, di vecchi vestiti, di giornali, hanno conservato tutto. Il passato è un lusso da proprietari. 

Ed io dove potrei conservare il mio? Non ci si può mettere il passato in tasca; bisogna avere una casa per sistemarvelo. Io non possiedo che il mio corpo: un uomo completamente solo, col suo corpo soltanto, non può fermare i ricordi, gli passano attraverso.

Ecco perché Antoine si era così indispettito con Rollebon. 

Come si fa a essere storici di professione, a scrivere un romanzo storico se si ha questo rapporto con il passato? Impossibile. E infatti a un certo punto lo confessa: “Come posso sperare di salvare il passato di un altro, io che non ho avuto la forza di trattenere il mio?”. Del resto, è stata una scelta, visto che il suo “solo desiderio è stato d’esser libero”.

Eppure, questa libertà “assomiglia un poco alla morte”. 

A rischio di essere blasfemi con parallelismi arditi, H. D. Thoreau in Walden (1854) era giunto, per altre vie, alla stessa conclusione: an unshared happiness is not happiness. 

Se la felicità non avviene in condivisione, non è vera felicità.

Nel corso dei momenti di nausée, Antoine ammette che si tratta di una reazione all’inevitabile condizione umana di caducità. Seppure non in modo esplicito come la citazione di Eugénie Grandet (1833) di Balzac, il richiamo a La condition humaine (1933) di André Malraux, è evidente. 

Per evadere da questa nausea, cioè dalla consapevolezza, gli scrittori scrivono, gli attori recitano, le persone, quelle che ci riescono, vivono. Antoine Roquetin vorrebbe vivere, dimenticandosi della nausea dunque della condizione umana esistenziale, ma non può, perché, una volta sperimentata quella sensazione, non c’è via di fuga. Anzi, forse solo una, come si diceva, la relazione con Anny. Finita anche quella illusione, non resta che la scrittura. 

La verità è che non posso lasciare la penna: credo che stia per venirmi la nausea e ho l’impressione di ritardarla scrivendo. E allora scrivo quello che mi passa per la testa.

E viceversa, tolta la scrittura non resta che l’amore, lasciando così intravedere un legame tra le due cose, entrambe allo stesso tempo generatrici e figlie di una profonda condivisione con l’essere umano, nonostante esso sia comunque senza scampo, senza salvezza. 

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