La straniera | Dario Capello

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Dalla nota di Giancarlo Pontiggia

Quanti poeti sanno mantenersi fedeli con tanta strenua vitalità e con tanta purezza di cuore ai propri nuclei poetici come Dario Capello? Sono passati venticinque anni dall’esordio poetico, e quasi mezzo secolo dalla pubblicazione delle prime poesie sulla rivista «Niebo», ma Dario Capello continua il suo viaggio dentro la materia scura e fluviale della sua città, «l’immensa madre» che tutto trascina, mentre soffia una polvere che è ancora quella dell’Ecclesiaste. Ed è proprio qui, dove un vento imprevisto scompiglia in seguitori e fuggiaschi nella perenne contesa del vivere, che ci viene incontro lei, la straniera, «come un destino greco, / come il dio che colpisce / da lontano». E sono strade, nomi, voci, ombre che dibattono, forze che agiscono, invisibili e sotterranee, mentre il tempo sterza, ci confonde, e la vita continua a premere in un gesto qualsiasi, in «un’ora / qualunque». E con la vita, le parole che salgono da un ignoto di acque e di stanze, nel mistero dei cuori, delle cose: «e il senso è ancòra dietro, / nell’ombra di… / nella scia…».

 

Dalla nota dell’autore

Scrivere poesia è per prima cosa: violare un silenzio. Un rischio. Sempre. Una leggera vertigine, uno slittamento, uno stupore che viene dal veder vacillare le maschere. Ma ogni vertigine vela e svela un richiamo, che in profondo qui è una hybris, è la voce e il monito di quel silenzio (la cosa viva) inizialmente violato. […] Esiste uno spazio, vorrei dire proprio un salto, che separa il vissuto dalla parola, ma proprio di questo spazio continuano a rimanere felicissimamente aperti i bordi, i confini, soprattutto i riverberi di ogni parola. Provo allora a collocarmi in questo luogo germinale, a volte forzando i margini, le fluttuazioni, gli echi. Mi piace immaginare le parole della poesia come fossero sassi lanciati in acqua. Cerchi su cerchi che si incrociano, si chiamano, si provocano. Una danza di echi. Ma in letteratura ogni parola è un’eco. Cerchi d’acqua, dicevo, che non si chiudono mai su se stessi, intercettati da altri cerchi. Nelle increspature, nelle rifrazioni, negli urti reciproci vive tu o un mondo: l’incompiuto, l’enigmatico, la poesia. Qui, in questo azzardo, o in questo fortunato clinamen, può aver luogo il miracolo, il teatro di apparizioni dove il non dicibile aspira a darsi un nome. […] L’uso predominante del “tu”, nei miei versi, si può interpretare in molti modi. Insisto a pensare, più in generale, che la seconda persona non è un altro come tutti gli altri. È l’altro per eccellenza. “Tattwam asi” recita il detto sapienziale della tradizione induista. “Quello sei Tu”, che andrebbe letto, oggi, incrociando a specchio il rimbaudiano “Io è un altro”. Un motivo dominante in questo libro, quasi un mito personale, è quello della Notte. La presenza della notte. La notte, popolata di ombre, è una notte sospesa sul bilico. Da un lato la promessa, la magia dell’alba già in divenire, gli azzurrini, il rosa antico… Dall’altro la seduzione del nero perentorio; le tenebre che non dipendono dalla notte, l’estraneità alla luce. Tra i due versanti, come sospeso, si colloca il mondo dell’immaginario, quel regime notturno ma non tenebroso che orienta il mio dettato, l’increspatura di questi versi, questo stesso libro. E infine, il titolo. Straniero, xenos, è naturalmente tutto ciò che irrompe, scompagina. Quel misto di fascinazione e di turbamento (il perturbante, detto in linguaggio novecentesco) che costringe e sospinge l’animo. Come non pensare a questo proposito al senechiano “nolentem tra hunt”? E qui, per questo libro, ho virato sulla desinenza in a: la straniera diventa allora anche la personificazione di una magia, di un incantamento, e soprattutto l’allegoria potente di tutto quello che non si può nominare appieno e a cui non si può disubbidire. La vita, la morte, la poesia…

Da La straniera (puntoacapo Editrice 2025)

Nella città dei bar hai piegato
le ginocchia, in sequenza, la grazia
aveva odor di ringhiera
cioccolato e ananas
per un momento, poi
è spuntato il segnalibro del cielo
color avana, velo
sotto un altro velo, cielo
dei cieli.

Torna a fuoco la chiarezza
di piazza Castello, a sbalzi
bella, mentre ogni cosa
nominata comincia
a indebolire il pensiero.

Ma verrà, verrà la memoria
di luna, traboccando,
a restituirci,
misura nei vocativi.

*

Tutti gli anni riapparsi
qui più umili, nel bianco
nella memoria
che non interroga
le strade, le eleganze
le cose care a Gozzano.

Così, è una pausa
quella guardata da lontano,
la cameriera dalla voce buona,
non sa se torna
ai tavoli, tra il senso
e le origini, dice
che non cerca più
che non ha mai cercato

l’anima dove non esiste.
Si fa largo nella vita
e tra i clienti del bar,
gli umori degli altri,
le risate davanti al bancone.

Fuori, agli snodi, agli incroci
del traffico, lo scorrere
a strappi della vita
assomiglia a un dolore.

*

Sguardo che confonde, è lo sguardo
carne di lei, straniera.
Snida e traversa i pensieri.

Ci viene incontro, sempre,
da altra parte, oltre i sorrisi
come un destino greco,
come il dio che colpisce
da lontano.

Eccola ora, fuori dalla mischia
dei passanti, ferma all’incrocio.
Disegna per noi, ripiegando
il foglio, prima un contorno
poi la figura blu, chiara e scura
delle sue inquietudini.

La riconosci? Mi riconosco
in macchia di Rorschach?

*

Dici che ti assomiglia
questa vita che ci entra
in casa da ogni parte
sfonda verande, scrive
a fresco sui muri
la sua formula, un geroglifico
di parole indecifrate.

Non si sfugge a una presa
stretta, qualunque nome
le si voglia dare.

Intanto ti rimiri di sbieco
nello specchio grande
dell’ingresso e del mondo.
Ti guardi a lungo, severamente
a tua insaputa,
ti avvicini e domandi
quanti anni hai
quanto tempo hai
poi congiungi le mani
amiche

come chi ha capito.

*

“Sì, andremo, faremo, saremo”
figure di passaggio
tra i posteggi stretti
delle strisce blu.
Intanto accosto e ti lascio
una mano sospesa
sulla spalla.
Ogni cosa vuole la sua
assenza.

E anche questa è un’ora
qualunque, vedi
quel raggio di luce incidente
sul parabrezza, è sole
calante, rimbalzo
che svapora
tra i come e i perché
sono date a noi
le nostre porzioni d’ombra.

*

Dice che va bene così,
nel lato triste della donna
verso sera, quando ritira
il bucato dalla pioggia
e lo piega all’ombra
visibile di armadi colmi
di un altro tempo.

Un senso di scongiuro
una distanza
che ha già mischiato
il puro con l’impuro.

“Si viene qui al mondo per vivere”
“No, per morire”
corregge a bocca socchiusa
in lingua da gitana.

*

Col caldo dell’estate ritornano
memorie, le più lontane
tornano assassine con altro profilo.

Sono le immagini della vita
viste nel mezzo
sguardo della fine,
di qualunque fine. Confuse
tra loro, malandate, cerchi
su cerchi, ondate

chiamate a raccolta
bruciano dentro
allucinazioni di rosso e di verde.

Ora ricadono in briciole
su di te
che guardi crescere il basilico
alto sul davanzale, trionfale,
e come ogni sera fingi
di dargli un nome nuovo.

*

E poi, il fiume
il fiume qui di casa,
un pensiero tra i pensieri.
L’acqua è così, cara alla notte.

Qui tu ritorni
bambina e trovi
una pioggia gentile
qui, dove hai trovato
parcheggio sul lungodora
tra una luce di luna
e ventate d’acqua dal basso

tutto il tempo fatto acqua
che non ti culla.

Così di ponte in ponte
sgusciano le ombre,
quelle che non tirano la sorte
ma ci cercano, ci trovano
ci chiamano per nome.

 

Dario Capello nasce a Torino nel 1949, e a questa città dedica due saggi, Torino. Da Nietzsche a Gozzano (Unicopli 2003), e Amante vertiginosa (Casaccia 2010). Cesare Pavese sarà poi l’ispiratore di una plaquette poetico-teatrale, La valigia di Leucò (Casaccia 2013). Suoi testi e interventi critici sono apparsi nel corso de gli anni su svariate riviste. Libri di poesia: Il corpo apparente (Niebo 2000); Nel gesto di scostarsi (Dialogolibri 2001); Vanità del tema (Viennepierre 2007); Dove tutto affiora (variazioni sull’apocalisse) (Alla chiara fonte 2009).

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