Libranti | La casa del mago di Emanuele Trevi

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La casa del mago di Emanuele Trevi (Ponte alle Grazie, 2023)

Quando leggiamo un libro, la nostra percezione non è mai neutra. In questo caso, occorre dire che ho fatto la prima conoscenza di Emanuele Trevi leggendo Due vite, il suo romanzo premiato allo Strega nel 2021. In quell’occasione, ho vissuto immediatamente un corto circuito che non mi permette più di dissociare Trevi dallo scrittore francese Emmanuel Carrère. Omonimia a parte, è soprattutto il modo che hanno entrambi di raccontare, con una peculiare partecipazione, le varie “vite che non sono la loro”, per definire il genere narrativo (non fictionautofictionbiofiction, ecc.) da loro preferito, parafrasando il noto romanzo di Carrère sulla vicenda dello tsunami in Sri Lanka del 2004: D’autres vies que la mienne (Vite che non sono la mia, 2009). Nell’ampio e talvolta soffocante panorama di autofiction in cui la letteratura contemporanea è oggi immersa, trovo che la voce narrante di entrambi gli scrittori, seppur talvolta eccedente in protagonismi, riesca a costruire un’atmosfera ariosa e accogliente, in cui è piacevole avventurarsi, nella quale l’attrito tra realtà e finzione risulta vellutato al tatto della me lettrice.

Eppure, il mio primo incontro con Carrère è avvenuto con Limonov (2011), personaggio ruvido e controverso tutt’altro che compiacente, anzi del tutto mancante di tatto, se vogliamo. Ėduard Veniaminovič Savenko, in arte Limonov, è stato uno scrittore russo difficilmente incasellabile in generi o appartenenze politiche. Per soddisfare un’eventuale curiosità in merito, è consigliatissimo il film omonimo del regista russo Kirill Serebrennikov uscito nel 2024, in cui peraltro compare Carrère in un cameo, nelle vesti di sé stesso, a sovrastrutturare di un ulteriore strato metaletterario la vicenda umana narrata. 

Anche in Due vite di Trevi, nonostante l’indefesso impegno dell’autore nell’ammorbidire le asperità del personaggio maschile narrato, si sente comunque di atterrare su cemento. 

Le due vite raccontate sono quelle di Pia Pera e Rocco Carbone, due scrittori amici dell’autore, morti tragicamente a distanza di pochi anni, la prima di malattia, il secondo d’incidente stradale. I due personaggi (sì, perché naturalmente Trevi trasforma le due persone in personaggi, com’è inevitabile nel corso di una qualsiasi narrazione e bisognerebbe non dimenticarlo mai quando leggiamo qualcosa) erano legati da una relazione affettiva che mi ha ricordato, fatte le dovute proporzioni, il tormento tra Sibilla Aleramo e Dino Campana, restituito dal carteggio Un viaggio chiamato amore – Lettere 1916-1918.

Dunque, è in questo contesto di riferimenti che ho letto il romanzo La casa del mago. Qui l’autore narra invece con delicatezza il proprio rapporto col padre Mario Trevi, delineando la figura umana del noto psicanalista romano. Sullo sfondo, il pretesto narrativo del trasferimento nella casa paterna dopo la sua morte, casa/studio, dal momento che Mario vi svolgeva anche l’attività psicanalitica.  La casa del mago è arrivato in finale al Campiello nel 2024, insieme a Il fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini, Locus Desperatus di Michele Mari, Alma di Federica Manzon (vincitrice) e Dilaga ovunque di Vanni Santoni, tutti romanzi che con l’opera di Trevi hanno punti di contatto. Per esempio, la narrazione delle case infestate (Mari), la ricostruzione della figura paterna (Manzon). Nel caso di Franchini, il romanzo è dedicato alla madre, che però, al contrario di quanto accade col padre di Trevi, non è figura altrettanto amata al punto da farne un mito. La madre di Franchini è (a suo dire nel corso di una bella presentazione doppia, insieme appunto a Trevi, che ha avuto luogo presso l’Istituto di Cultura a Parigi e a cui ho avuto la fortuna di assistere) rappresentazione dell’italianità media. La donna è “definita da tutti bellissima, ma puzza”, tanto per esplicitare la portata ironica del conflitto filiale. 

Invece, i toni del romanzo di Trevi dedicato al padre si chiariscono fin dall’incipit e sono più simili a quelli rassicuranti che troviamo in Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. E cioè quel romanzo che tratteggia i legami famigliari soppesandone l’intimità data dalla speciale trama dei modi di dire che hanno un senso solo per i componenti di quel piccolo gruppo, che li rende tanto più uniti quanto più elitaria è la comprensione del suo senso più profondo. Analogo è l’ingresso che Trevi costruisce per accedere a La casa del mago.

«Lo sai com’è fatto». Quando mia madre mi parlava di mio padre ci metteva poco ad arrivare al punto, sempre lo stesso: per affrontare qualunque faccenda con quell’uomo enigmatico, con quel cubo di Rubik sorridente e baffuto, bisognava sapere-come-era-fatto. Io chiedevo lumi, e lei mi ricacciava nelle tenebre più oscure col suo perpetuo intercalare, più simile a una formula magica che a un pensiero razionale: «lo sai com’è fatto». Era evidente, d’altra parte, che non lo sapeva nemmeno lei come era fatto, non lo sapeva nessuno […] (p. 13)

Ma allora, com’è fatto quest’uomo non c’è proprio modo di saperlo? Un po’ sì. Lo scopriamo nel confronto tra il suo pensiero razionale e il pensiero magico che invece muove il figlio/narratore. Trevi struttura un plot scarno, basato sulle relazioni con tre personaggi sostanzialmente fittizi: la Degenerata, la donna delle pulizie o per meglio dire la donna che governa il caos nella casa del mago; Paradisa, una sorta di accompagnatrice del narratore nel corso della rielaborazione del lutto; e la Visitatrice, la presenza soprannaturale che infesta la casa del padre. Una metafora della struttura tripartita dell’anima, si potrebbe azzardare: Io, Super Io, Inconscio. 

In ogni caso,  l’influenza paterna va ben al di là (ma anche intendendo proprio l’Aldilà con cui è costretto a confrontarsi) di quanto Trevi narratore voglia far credere. Infatti, ci sono passaggi intensissimi, che solo una relazione profonda non tanto con l’uomo in quanto padre, ma soprattutto come psicanalista, porterebbe a galla, al punto da farne un interessante saggio critico della letteratura psicoanalitica. Come nel seguente passaggio.

L’intuizione fondamentale di Jung si potrebbe riassumere in poche parole: nella nostra esistenza non c’è nessun punto di equilibrio, nessun compromesso di forze contrarie da augurarsi. O si procede verso la luce o si viene tirati giù: nel buio mitologico, nel regno delle immagini. Lì in fondo, con la pazienza di chi ha a disposizione tutto il tempo che la mente umana è in grado di concepire, c’è un mostro insaziabile che spalanca le sue fauci – una Madre nefasta, un fiore carnivoro irrorato dal sangue dei suoi figli. Non si può rimanere fermi. (p. 178)

L’afflato saggistico del romanzo è testimoniato dalla bibliografia di riferimento che troviamo in coda, che rompe la quarta parete e ci ricorda lo stretto legame tra il dato di realtà e la narrazione del sé. È probabile che Trevi abbia assorbito e rielaborato il punto di vista paterno, in quella interazione inscindibile che sta tra la letteratura e la psicanalisi. Però è vero anche il contrario. Cioè, se in apparenza è la relazione tra psicologo e paziente ad aver inquinato quella tra padre e figlio, Trevi sembra dirci anche che in realtà essa è solo lo specchio di tutte le relazioni affettive, in particolare di quelle amorose, soprattutto quelle che hanno in loro stesse già insita la fine e restano in potenza.

Esattamente come le storie d’amore che dopo una scintilla iniziale si arenano al primo ostacolo, alla prima diffidenza, senza che la colpa sia dell’uno o dell’altro, e l’unica cosa che se ne può pensare è che non era destino, anche la relazione tra paziente e guaritore può prevedere che uno dei due si metta di traverso, finendo per arrendersi: non si stanno abbastanza simpatici, se vogliamo dare una spiegazione grossolana, o generano delle resistenze che rendono impossibile qualunque beneficio. Poco male. Può anche darsi il caso in cui è proprio il fallimento di una relazione a farci percepire nitidamente, a distanza di tempo, il valore e l’unicità dell’altro, la bellezza della strada che non abbiamo imboccato. (p. 220)

La casa del mago diventa dunque il luogo in cui convogliano tutte queste strade che non abbiamo imboccato. E qui, è possibile dar loro un senso o, se non altro, è possibile provarci, in compagnia del mago. Nonostante sembri magia, invece è solo una profonda umanità.

Note sull’autore:

Emanuele Trevi nasce a Roma il 7 gennaio 1964. Critico letterario e scrittore, ha pubblicato molto, ma per affinità con il testo recensito, ricordiamo in particolare: Musica distante: meditazioni sulle virtù, Mondadori, Milano 1997; I cani del nulla. Una storia vera, Torino, Einaudi, 2003; Qualcosa di scritto. La vita quasi vera di un incontro con Pier Paolo Pasolini, Milano, Ponte alle Grazie, 2012; Karénina. Prove aperte d’infelicità, Eir, 2014, Sogni e favole, Milano, Ponte alle Grazie, 2019; Viaggi iniziatici. Percorsi, pellegrinaggi, riti e libri, Torino, UTET, 2021. Di particolare interesse è la curatela di una preziosa raccolta di scritti di Giorgio Manganelli che ripercorrono il rapporto radicale di Manganelli con la psicanalisi: Il vescovo e il ciarlatano. Inconscio, casi clinici, psicologia del profondo. Scritti 1696-1987, Quiritta, Roma 2002.

 

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