Eri neve e ti sei sciolta | Elena Mearini

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Dalla prefazione di Lello Voce

Di cani è piena la storia della poesia. Al punto che si potrebbe dire che il cane non è solo il miglior amico dell’uomo, ma che lo è soprattutto del poeta. […] Nulla di strano, dunque che anche oggi si scrivano poesie sui cani, per i cani. Ciò che colpisce in quest’ultima fatica di Elena Mearini è altro. Direi qui, per iniziare a delimitare il campo, la sua capacità di fare del ricordo della sua cagnolina, Maya, il centro motore di una riflessione ben più ampia, al centro della quale sta il linguaggio e in cui la relazione con l’animale è la cartina al tornasole che porta alla luce la fragilità e l’impotenza della cultura umana di fronte all’infinita potenza e imperscrutabilità della natura. Un approccio che la poeta milanese condivide con l’americana Mary Oliver, autrice di una raccolta – Dog songs: Poems – che con questa di cui scriviamo ha molto in comune, intanto quella di essere una silloge di poesie interamente dedicata ai cani, ma non soltanto, come vedremo. Ed è forse proprio da qui che può iniziare un discorso su questo libro. Ad aprire Eri neve e ti sei sciolta è una breve poesia che è un’evidente dichiarazione di poetica e insieme l’indicazione chiara del nucleo problematico della silloge: Non può| la parola terrestre| chiamare il tuo nome| devo imparare la lingua| del vuoto che migra| dietro alle rondini. […] La lingua degli animali è, dunque, la lingua del vuoto, l’unica che sa dire quello che nella nostra, umana, non può che essere silenzio, ma che non è silenzio, perché è fatta di versi e gesti. Che singolare coincidenza questa che fa sì che in italiano (e in spagnolo, occitano, catalano, gallego, asturiano, romeno e sardo, a quel poco che ne so e che mi viene in mente qui ed ora) sia la stessa parola a designare lo strumento espressivo di bestie e poeti: i versi. In ogni caso, anche la lingua dei poeti è una lingua del vuoto, o almeno una lingua che lo indica, lo perimetra, lo smaschera, che bordeggia il cratere del nulla, per riempirlo di senso. Il silenzio linguistico dell’animale assume per il poeta un significato tutto speciale, quasi non fosse soltanto una condizione di fatto (o, peggio, un’incapacità: gli animali non sanno parlare), quanto piuttosto una scelta. Insomma non è che i cani (gli animali, e valga d’ora poi questa sineddoche) non abbiano un loro linguaggio, è piuttosto che esso non è solo articolazione sonora, ma anche e soprattutto prossemica, un gesto che, al contrario di quello sonoro, percorre lo spazio e lo segna (lo segnala) con il corpo, che si disloca e proprio per questo dice ciò che il linguaggio umano non sa, o non può dire: Scrivevi sul pavimento| camminando| tutto il taciuto dell’uomo. Camminando, Maya dice ciò che la poesia non sa dire, ma che è precisamente ciò che rende la poesia così necessaria […]. Un cane, proviamo a dirla così, è colui che stabilisce la presenza di un luogo al riparo dal linguaggio, uno spazio dove non ci sono parole, ma è presente tutto ciò che le precede e che esse tentano inutilmente di catturare. […] Non è certo l’uomo a proteggere il cane, anche se lo nutre, gli offre un tetto, lo accudisce, gli impone delle regole e lo tiene al guinzaglio; è piuttosto il cane a proteggere l’uomo e certamente non perché morda, sbrani, abbai in sua difesa, quanto perché c’è, è accanto, ne condivide la veglia e il sonno, pur essendo – sempre – assolutamente altrove, in un luogo che all’umano è difficile finanche immaginare. E quando questo ‘safe place’ manca, allora si apre lo sgomento di aver perso per sempre quella porta viva che dava accesso all’altrove. […] Il cane è l’ambasciatore della natura, il suo demiurgo e quando scompare, allora l’uomo vuol farsi cane, perché resti ancora un briciolo di quella mutua comprensione che mai, sino ad allora, è stata realmente compresa. […] Scrivere poesia è, per l’autrice, il limite più avanzato per esplorare un mondo negato agli umani, ma a loro indispensabile, l’unico residuo di fronte a una fine che affratella le specie e dà loro l’unico senso di cui avere certezza. […] Non è l’uomo, insomma, che può o deve umanizzare il cane (anche se attualmente non fa altro che provarci), ma il contrario: è l’essere umano che vuole ‘canizzarsi’ e non può: deve restare alla soglia di un mondo che gli è precluso. Ma il cane, Maya, il suo esserci, è in realtà soltanto la porta che apre su un mondo ormai inesplorabile e sconosciuto, dov’è soltanto natura […]. Ecco allora che questo lutto così singolare, che attraversa le specie e le rende solidali, si fa in Mearini capace di momenti assai intensi, in cui in ballo non c’è più semplicemente la relazione tra una poeta e la sua cagna, ma quello tra la vita e l’universo che la contiene. Perché, in realtà, questo libro, oltre ad essere l’epitaffio sgomento di una perdita, ci parla di un’uguaglianza stupefacente, quanto incomunicabile e terribile, tra noi e le bestie, tra chi apparentemente comanda e chi apparentemente obbedisce: cambia il punto di vista e cambiandolo scopre la fragilità d’ogni progresso, d’ogni civiltà, d’ogni cultura e della natura stessa così come la conosciamo: di ognuno di noi, d’ogni cosa nel mondo. Sia che si parli, sia che si abbai, la domanda in realtà è la medesima e non c’è semiotica o grammatica con cui sia possibile darle risposta: come possiamo tornare| da quale ferita si passa?

 

Da Eri neve e ti sei sciolta (Re Nudo 2025)

Qualcuno ha tirato i dadi
e dopo cinque passi
ti sei fermata

alla casella diciassette
del calendario

si è aperta la botola
sull’oltre di mare salato

oppure è stata
in acqua dolce la tua caduta

sulla lingua oggi
il tuo nome
è grano di zucchero e sale.

*

Non può
la parola terrestre
chiamare il tuo nome
devo imparare la lingua
del vuoto che migra
dietro alle rondini

tradurre la scia
dell’aria immobile
per accordarmi a te
e chiederti come stai.

*

Scrivevi sul pavimento
camminando
tutto il taciuto dell’uomo

da una stanza all’altra
le tue impronte erano
parole sbocciate

portavi in casa
girando
la primavera dell’indicibile.

*

Non sei tu
e ogni cosa ti somiglia
e ogni cosa ti è distante
ti cerco
come si fa con i fantasmi
per passi presunti
ma niente
prende il tuo posto
nessuna metafora
può sostituirti.

*

E lei accorreva
nel rimbalzo di luce
a notte fonda
e lampada spenta
accorreva a vegliare
che il buio
bastasse alla mia ombra
che non soffrisse fame
il mio fantasma.

*

Il prima mi uccide
quanto il poi,
vorrei un cervello da cane
per ripensare il mondo
tutto al presente.

*

Ti cerco dopo la pioggia
in ogni livido della terra
e con il sole scavo
fino all’acqua della radice
eri neve e ti sei sciolta
oggi disseti i nomi
e le loro ceneri.

*

C’è il tuo odore qui
la vaniglia e l’erba
dopo la pioggia
annuso anche se
non ho il tuo fiuto
la mia specie
ha naso debole
vive l’aria soltanto
come via di respiro
raccontami com’è
questo mondo
che io non vedo
metti le tue narici
nei miei occhi
fammi essere te.

*

Elena Mearini è autrice di narrativa e poesia. Da diversi anni insegna scrittura creativa e poesia, ha lavorato sui percorsi di scrittura autobiografica nelle carceri e in istituti di riabilitazione psichiatrica. È fondatrice, direttrice e docente della Piccola Accademia di poesia a Milano. Ha pubblicato cinque raccolte di poesie per Liberaria editore e Marco Saya editore e otto romanzi.

 

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