La cura di te e altre insistenze | Mariella De Santis

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Dall’introduzione di Viviana Nicodemo

Quando ho deciso di pubblicare le mie fotografie accanto ad alcuni testi poetici nel libro intitolato Necessità dell’anatomia, ho subito pensato all’amica Mariella De Santis. Ho subito pensato ai suoi versi ricchi di vita e di materia, dove il corpo assume un peso decisivo, come nelle immagini del libro, e consente l’ingresso nei labirinti della vita. E così nel 2006 Mariella mi consegna un magnifico poemetto, La cura di te, dove ritrovo tutto questo e altro ancora, in una scrittura nitida e ardente, attraversata da un continuo interrogarsi e da una continua invocazione, quasi una preghiera, perché finalmente la gioia si realizzi. […] Sono stata subito rapita da quest’opera di Mariella, dove l’autrice parla in seconda persona e si rivolge a un’altra creatura – forse figlia o amante o sconosciuta, o forse se stessa – per avviarla nei sentieri della vita, mostrarle le sue tappe e le sue stagioni, il passaggio da un’età all’altra, il transito arduo ma affascinante dall’infanzia alla giovinezza e dalla giovinezza alla maturità. […] L’intera esistenza si affaccia come un magnete e mostra i suoi infiniti volti: la cronaca, la storia, il pianto, il sorriso, l’amore, la bellezza, la caduta, l’abisso, la ferita, la rinascita. Ed ecco che la protagonista del poemetto diventa Gradiva, colei che risplende nel camminare, e può finalmente varcare la soglia, entrare nel flusso dei giorni, percorrere i luoghi sconosciuti del mondo, il suo buio e la sua luce, partecipare ai suoi eterni rituali, alle sue certezze e alle sue impensabili sorprese, immergersi infine nel respiro stesso del tempo: «Mia splendida Gradiva, tu non sarai museo / incedi pronta al tuffo sorprendente. Vado via. / In luminosa evidenza ora tu sei, clinicamente viva». Rileggo, dopo tanti anni, queste parole di Mariella, ritrovo tutta la sua passione e la sua intelligenza, tutta la sua antica devozione alla poesia. E sono felice che adesso vengano ristampate e prendano vita in un’opera nuova.

Dalla nota dell’autrice

Colgo l’occasione di questa “Gemma” per offrire alla lettura tre poemetti scritti dal 1998 al 2006. Li ho trovati in buona salute con la voglia di vivere, incontrare, stare su territori instabili senza spavento ma con incertezza e curiosità, come la vita chiede. Se ne La cura di te mi pongo di fronte alla fragilità creaturale, in Ipnos, il poema del sonno, incalzo le forme del sonno nella scienza, nella mitologia, nella religione o nella propria casa e poi in La disobbedienza, scritto per una drammaturgia in versi, lancio il duello tra il buio del dicibile e l’abbacinamento della rivelazione. Mi sono resa conto che riunire questi testi è stata una sorta di riparazione alle fratture del tempo arrivando a quel punto in cui ogni cosa si ricompone, nella libertà del dono e della consegna che non conosce possesso.

Da La cura di te e altre insistenze (Edizioni Progetto Cultura, Collana Le Gemme, 2025)

Da La cura di te

Prendo su di me la tua cura
Animula piccola silente nella gioia
Scuro cielo d’osso in carne infisso
Prendi la mia cura.
Tu che sei o sei stata in nascita celata carne
Di donna e dovizioso popolo in cammino
Nutriti dell’abbondante umor mio.

Timida parca su destriero lanciata
Di te dico, predìco, l’amata sorte il molesto istinto.
La fiamma che mi agita ti fa una e tante.

Ora ti tocco piccola creatura
Unica tra tutte figlia di madre incerta
Ascolta il mio perdono. Io non ti fui carne
Tu mi fosti figlia. Tocchiamo la deriva
Lontane, più lontane. […]

Dammi la mano, il braccio, il piede
Lasciati trascinare fuori da queste mura,
Sdraiati in giardino. Ho curato per te la rosa
Che non punge, il lilium che non tinge,
L’erba che non bagna. Ma lesta rifuggi
La luce e l’infinzione, torni al luogo scabro
Dove eco rompe ricordo del rumore.

Sia definitivo per il modo semplice in cui
Lo dico: Non sta nel volere, potere
Questo è di nuovo assunto di dovere.
Un mondo nuovo giace nel piacere
Ci saranno insetti, zanzare, vipere
Pane e fiori ma finalmente senza obbligo
Di scopo mèta oggetto, potrai volere. […]

Ho finto di esserti madre amante figlia
Inizio fine vendetta e perdono. Malattia
Salute spavento meraviglia. Ho baciato
La rosea tua ferita, la delicata piuma
Posta a protezione, l’incavo delle ascelle
Uno per uno i seni. Il miele l’ho filtrato
Di notte tra i filari, con disperato riso
Ho pianto me insipiente. Ti ho portato
l’uomo che non torna e tu l’hai rifiutato. […]

Tocchi la cicatrice sopra la ferita, pelle di rosa e raso
Ti sembra quasi di poterti amare. Scompaio dietro
I rossi dell’autunno. Non voglio ricordarti tempo
Funesto e algìa. Così si vive piccola mia, cogliere
L’amore in una ferita, sanare e poi andare.
Carne della mia carne io ti ho guarita.
Lacrima negli occhi è calce dirti addio.
Al dolore ci si affeziona, alla fame smisurata
Al seguito violento del digiuno, all’estasi silente.
Io ti sarò ricordo, pietra di Vesuvio rubata
A bancarella, libertà dal bisogno di me quanto
Da quello del buono del bello del vero.
Oggi non ci credi, ma già domani non ne patirai.

Mia splendida Gradiva, tu non sarai museo
Incedi pronta al tuffo sorprendente. Vado via.
In luminosa evidenza ora tu sei, clinicamente viva.

 

Da IPNOS. Il poema del sonno

[…] Ninna nanna, ninna oh
il lupo s’è mangiato la pecorella.
Insensatezza di nenie
per sopire neonati
spesso odiati
per l’imperterrito urlare
che terrorizza, paralizza.
Da dove tutto quel fiato,
quella smorfia d’orrore
su visi che vogliamo
specchi d’innocenza?
Ma l’innocenza è a malapena
una isola di amnesia13,
nel corpo noi portiamo
i segni di millenni
assai pesanti.

Solo le parole salvano il tempo dall’oblìo
e permettono alla fine di risvegliarsi un poco.

Come il sogno dei gatti– mi dicono
è quello dei neonati.
Cosa darei per conoscere
quello del dinosauro
o del sapiens mio antenato.
Ci accompagna dalle origini
una spasmodica fame di sapere
appagata da estroverso immaginare.
Si produsse il segno, poi la parola
col racconto tutto si affolla
sogno, mito, archetipo, ragione. […]

 

Da La disobbedienza

Quello che mia madre non dovrà mai sapere
è la coscienza straniata che porto al mondo
e il mondo che mi penetra, m’invade
io con le cosce chiuse, strette, perché niente esca
– umido, umore, urlo, utero –.
È l’acciaio che non si piega l’anima che mi regge
– labbra, gelo, afasia, morte –.

Quello che mia madre non dovrà mai sapere
è lo sguardo che dedichi tu, biancore nella luce,
al mio capo reclino e alla carezza a cui mi inchino.
Terra, sotterra me e lacera quel velo
– imene, forbice, giro […]

Quello che mia madre non dovrà mai sapere
è l’angolo in cui conficco un corpo greve
o lieve che mi protegge, in angolo mi incuneo
e divengo invisibile. Come ho saputo esserlo,
ah, come!
E poi tutti lì.
Cena, benedetto16, pranzo o ristoro,
in carne, ossa e capelli e io lì anche,
solo sguardo solo occhi.
Lo screzio, lo spazio, l’angoscia, la sigaretta,
cenere, bruciore.
PAROLA -MIRACOLO -SILENZIO

 

*

Mariella De Santis è nata a Bari in un raro giorno di neve del 1962. Vive tra Roma e Milano. Il suo primo libro di poesia esce nel 1993, a seguito della segnalazione al Premio Internazionale Eugenio Montale. Ha pubblicato volumi di poesia, prosa, teatro. Ha lavorato con Outis, Centro nazionale di drammaturgia contemporanea, e con i musicisti di Novurgia. Ha scritto l’opera di teatro musicale Claude e Maurice, messa in musica da Marco Simoni. Con Giuliana Laportella ha realizzato nel 2023 la videopera Il nero e l’oro di Roma. Ha fondato riviste, collabora con case editrici e artisti. È vicedirettrice di Dromo, rivista per un terzo pensiero. Ha preso parte all’azione letteraria #Unite. È componente della Società Italiana delle Letterate. Suoi testi sono tradotti in arabo, romeno, spagnolo, inglese, croato, greco, tedesco.

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