La poesia è… qualcos’altro…
Ecco perché, all’inizio degli anni ’60, erano in pochi a capire la poesia di Nichita Stănescu, metafisico del dire, creatore della “limba poezească” (lingua poetica), plasmatore delle “necuvinte” (le nonparole).
Per essere compresa, la poesia di Nichita (così diceva il critico letterario Alex Ștefanescu) prima di tutto non deve essere letta come un codice da decifrare.
Il lettore deve ritrovare il proprio candore, dimenticare i doveri dell’adulto, rinunciare a quella serietà funesta che, il più delle volte, impedisce la comprensione della poesia.
Bisogna, semplicemente, abbandonarsi ad essa.
Bisogna lasciarsi dondolare nel suo ritmo, lasciarsi trasportare, lasciarsi nelle sue mani…
Nichita Stănescu è colui che fa della Parola la strada che porta l’essere umano all’immortalità, della quale la poesia e l’arte, in genere, sono la ricerca.
La Parola è un’entità viva, che esiste, respira, si muove, fa accadere la realtà…
(…) il poeta – sempre testimone della rivelazione (…)
ha scritto tanto:
O viziune a sentimentele, Dreptul la timp, Roșu vertical, Măreția frigului, Starea poeziei, Cartea de recitire…
Spazio dove nasce la Parola. Lo spazio che fa sì che la poesia diventi un atto ontologico sacro –
un silenzio carico, un linguaggio senza suono, un dire in cui la parola si scioglie nell’essenza pura del vissuto. Nichita cerca un logos originario, anteriore al linguaggio articolato, una parola sacra dove il senso non viene espresso ma vissuto (Streche Florentin).
Si può dire forse che Necuvintele (Nonparole) trasformano, creano, rivelano uno spazio dove l’Essere può mostrarsi.
*
Necuvintele
El a întins spre mine o frunză ca o mână cu degete.
Eu am întins spre el o mână ca o frunză cu dinți.
El a întins spre mine o ramură ca un braț.
Eu am întins spre el brațul ca o ramură.
El și-a înclinat spre mine trunchiul
ca un măr.
Eu am inclinat spre el umărul
ca un trunchi noduros.
Auzeam cum se-nțetește seva lui bătând
ca sângele.
Auzea cum se încetinește sângele meu suind ca seva.
Eu am trecut prin el.
El a trecut prin mine.
Eu am rămas un pom singur.
El
un om singur.
*
Nonparole
Lui ha teso verso me una foglia come una mano
con le dita.
Io ho teso verso lui una mano come una foglia con i denti.
Lui ha teso verso me un ramo come un braccio.
Io ho teso verso lui il braccio come un ramo.
Lui ha chinato il suo tronco verso me
come un melo.
Io ho chinato la spalla verso lui
come un tronco nodoso.
Sentivo la sua linfa farsi più rapida battere
come il sangue.
Sentiva il mio sangue rallentare salendo come la linfa.
Io ho attraversato lui.
Lui ha attraversato me.
Io sono rimasto un albero solo.
Lui
un uomo solo.
(Necuvintele – 1964)
*
*
Somnul și trezia
Fiindcă nici eu nu-nțelegeam nimic
și nici tu
am crezut că suntem de-o seamă.
Ne-am mărturisit unul altuia
cel mai tainic secret, –
acela că existăm…
Dar era noapte și, vai, dimineața,
cumplită vedere,
m-am trezit cu tâmpla pe tine
galbenule, snopule, grâule.
Și m-am gândit – Doamne,
ce fel de pâine voi mai fi fiind
și eu,
și pentru cine?
*
Il sonno e la veglia
Giacché né io né tu afferravamo il senso
immaginavo fossimo affini.
E confidammo l’uno all’altro
il più arcano dei segreti –
esistere…
Ma era notte e, ahimè, al mattino,
che terribile visione,
mi destai con la tempia poggiata su te
giallo, covone, grano.
E pensai – Signore,
che tipo di pane sarò mai anch’io
e per chi?
(Necuvintele – 1964)

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