
Canti dell’esilio
Virginia Farina e Federico Pesci
Terra d’Ulivi Edizioni 2025
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Fare umanità è guardarsi intorno, accogliere il mondo oltre la finestra, sentire empaticamente l’altro che a quella finestra non può stare perché non ne possiede una.
«Perchè non mangi? Pensa ai bambini dell’Africa! Tu hai il cibo e loro hanno il niente. Devi mangiare, pensa se un giorno capita a te! Capirai, allora!»
Non potevamo capire, noi bambini minacciati per una minestra, come se quella minestra potesse cambiare il mondo. Possiamo però comprendere e far comprendere oggi che ciò che io ho e tu non hai, e viceversa, ci riguarda tutti come specie umana. Non solo: il modo in cui trattiamo la vita di tutte le creature, animali e piante compresi, ci riguarda perché siamo una comunità di destino (anche se preferiamo non pensarci).
Sentirsi una comunità di destino significa avere una coscienza planetaria, così ci insegna Edgar Morin.
Si parte dal micro cosmo dentro e fuori di noi ma occorre che lo sguardo sia più ampio del cerchio che fa del nostro un piccolo mondo antico di traumi perennemente irrisolti, di permalosa posa, di ferite usate come spille per ferire a nostra volta gli altri. Cominciamo noi ad andare verso gli altri… (VBM)
Dedica
Noi non sappiamo cosa significhi trovarsi i soldati alle porte, cosa significhi essere cacciati, strappati a una terra e a una casa, alla memoria che ci dà nome e storia e ci fa vivi.
Noi non sappiamo cosa significhi davvero essere profughi e portare sulle spalle tutto il poco che resta.
Noi non sappiamo cosa significhi essere divelti, perseguitati, cacciati fino al confine dell’umano, lì dove solo un cuore potrebbe fare riparo prima di tutto il deserto.
Noi non sappiamo, eppure lo possiamo sentire nella memoria più profonda delle nostre cellule, perché l’esperienza dell’esilio è di tutta la nostra specie: infinite volte e già stata e infinite volte sarà nell’andare senza pace della nostra orbita terrestre.
Oggi vediamo popoli inermi, bambini e donne, vecchi spinti al bordo della storia e lasciati cadere, costretti alla fuga, alla fame, dispersi nel vento come cenere senza nome. Da qui, dalla nostra casa asciutta e sicura, dalle nostre strade inquiete e luccicanti, dalla nostra mai sufficiente abbondanza, dal nostro essere comunque cittadini di prima classe su questo pianeta, i loro volti sfocano e non sono che ombre nel deserto della Palestina, sul bordo insicuro dell’Arizona, tra le onde cieche del mio Mediterraneo, e in Sudan, in Myanmar, in così tanti luoghi che nominarli sembra impossibile.
Vediamo, ma vedere davvero non è possibile senza che un vuoto si apra anche in noi, senza che si spezzi il cerchio invisibile del nostro rifugio e qualcosa ci chiami in causa anche nella nostra impotenza.
Questi canti, allora, sono l’esercizio della nostra umanità, sono casa ricavata nella parola perché il dolore dell’altro non ci sia straniero, perché abbia dimora e cresca a dismisura, come un seme selvatico fino a farci tremare i polsi e a farci rimettere in cammino.
Perché nessuno sarà salvo se non lo saremo insieme.
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Estratti dai Canti dell’esilio
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Eva
Ci insegnarono a dire bene il pane
prima di spezzarlo, come fai tu, ora,
nel gesto esatto di una comunione.
Con grazia muta ci insegnarono
a dire bene il pane, e il seme
che non nutre nella perfezione dell’intero
e deve essere schiacciato e aperto
e a lungo macinato dal sasso
per farsi cibo e casa,
per farsi corpo nostro
nell’andare.
A lungo ne dimenticammo il nome.
quando spezzarlo sulla tavola era solo
un eccesso in abbondanza.
È nel cammino che di nuovo
ne sappiamo il sapore e l’attesa,
che ne indoviniamo il profumo
sull’argine aperto al di là del fossato,
sulla lunga strada d’asfalto dove stremati
senz’ombra cerchiamo visioni,
e andiamo dietro alle briciole
immaginando un luogo
da richiamare ancora
casa.
*
Adam
Casa,
ha i contorni caldi di casa
questo nodo
di rami di leccio e carrubo
allacciati solo con le stringhe
delle nostre scarpe rotte.
Eppure è un approdo:
l’acqua promessa da un mozzicone di tubo
alle stremate lusinghe
di un cammino nascosto alle tradotte.
Non c’è eccesso
nelle sacche improvvisate
e chiuse in fretta
sull’abisso
di vite mal saldate
alla polvere di questa palafitta.
E dovremo imparare a tossire
dentro il letto nudo
del fiume, muto come i fumi
di un’esplosione sulla strada,
i mercanti di falda accanto alle ghiere
dei pozzi, ogni sorso più crudo
e una sete che impasta anche i nomi,
impossibile tenerla a bada.
*
Eva
Sono le radici a trattenere l’acqua
quando la terra ha sete
e le foglie ingialliscono al sole
e scrocchiano e fremono
in una sfrenata e disperata preghiera
allungandosi come lingue alla sera
a leccare dal cielo il poco umido
liberato dall’ombra.
Ma poco o nulla trattengono i nostri piedi
e le mani non bastano a fare scorte di pioggia,
la nostra sete è nomadìa del cercare
rabdomanti dei segni che improvvisi
rinverdiscono il suolo.
Ti prego, dimmi quanto è lungo il deserto
e quanto sale avrà il mare che dovremo passare,
e quando finirà questa caccia furiosa
che ha prosciugato i pozzi
e bruciato le nuvole in cielo,
quando si placherà la fame
di chi ha lo stomaco pieno
e ancora insaziato continua
a mangiare.
*
Adam
Sono secche le labbra
del mio popolo sbrecciato
e braccato dalle ombre fameliche
di città sbranate dalla lebbra
di una guerra dal calibro ingiallito,
piombo a sbriciolare le maioliche
di brocche che pesano una libbra.
E sul fondo delle nostre borracce
leggiamo il futuro
come chiromanti frastornati
che non riescono a trovarne più le tracce
sul palmo, indurito e oscuro,
delle mani, muri muti e crepati.
Ti cerco, appoggiata alla ringhiera
barcollante di un ponte
di confine, nella tua preghiera
che si allunga sulla linea del fronte
e oltrepassa la brughiera,
dove i piedi inciampano
nelle radici e nelle fessure
di un fango antico, che ancora chiedono
di bere.
*
Eva
Vennero alla porta ed erano i soldati.
e il legno gemeva sotto i loro colpi
e tu eri il lupo braccato nella caccia
ed io la terra che affondava sotto il loro peso.
Vennero alla porta, ed erano le ruspe
e la nostra casa all’improvviso era d’intralcio
ed io ero il campo che moriva nel cemento
e tu il bosco che si ritirava.
Vennero alla porta ed era l’uomo bianco
con la valigia nera piena di denaro
e tu eri i figli partiti dietro le promesse
e io la bottiglia di conforto a chi restava.
Vennero alla porta ed erano i vicini
venuti a cancellare il nostro nome
e tu eri la macchia che non si lavava
ed io il verso da cui passarono il coltello.
Vennero alla porta ed era la fame
che ad uno ad uno si prendeva tutti i vivi
ed io ero la spiga che non si moltiplicava
e tu la sete che cresceva a dismisura.
Vennero alla porta ed era il mare che ci richiamava
era la via dei folli che passa per le altezze
e tu eri il vento che tutto scardinava
ed io ero l’acqua che libera passava.
Vengono alla porta, pure ora,
e alla porta verranno, anche domani,
e busseranno ancora senza fine
mentre noi torneremo polvere al deserto
ma ancora tu sarai lo sguardo per l’offeso
ed io il canto che ricorderà il suo nome.
*
Adam
Ho dato ospitalità ai soldati,
assomigliavano ai nostri fratelli,
trascinavano sul volto le veglie
di marce lacerate dalle vespe.
Ho piantato il mio corpo davanti alle ruspe
armato soltanto dei calli
che hanno divelto le sterpaglie
da questo stazzo ancora intriso d’acquaragia.
Ho invitato l’uomo con la valigia
a svuotarla sull’erba, tra i grilli,
a svuotare del tuo vino le bottiglie,
di bugie le bisacce del colono.
Ho guardato negli occhi il mio vicino,
in quella feroce festa dei folli
che ha oltrepassato, furiosa, le soglie
della pietà, e ci ha spogliato del nome.
Ho messo in tavola la fame,
la favola che distrae dai suoi morsi
moltiplicando l’aringa e la polenta
e la nuvola che scivola lontano.
Ho chiesto al mare chi fosse Nessuno,
perché i suoi compagni fossero scomparsi
dentro le sue onde, dentro l’acquatinta
di gole bruciate dal sale.
Ora ho per casa un fienile
ogni notte diverso, su sentieri dispersi,
ogni giorno a rifare la conta
di chi era con me, ed è caduto.
Ma ti vedo, lungo un filo di feltro di yurta,
a raccogliere legna per la prossima porta.
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Audiolibro:
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Nota a cura di Silvia Camoglio
Premio Lorenzo Montano
Eva e Adam. Il nome della prima donna e del primo uomo perché è lì, in quel primo, che già tutto si compie ed è detto. Eva e Adam. Ossia, ogni possibile creatura che, nel canto
di Eva e Adam, diviene reale, vivente. Un canto, il loro, che si fa visibile tempo e che dice la necessità imperativa di essere ogni creatura, diventando così possibile accogliere tutti gli esili, accoglierli per esserne plasmati, per dirne il valore/dolore collettivo, sia etico che culturale. E generazionale: “Ho fatto il pane stanotte / nell’ora più buia, / quella in cui i morti / percorrono la terra cantando / e non dovrebbero i vivi / restare in ascolto / di tanto irredento dolore”. Fare il pane. Nell’ora più buia, quando vivi e morti si fanno unica generazione, quando nel pane si condensano canto e esilio, e il canto e l’esilio, in questo modo, si fanno cibo, diventando concreti, corporei, testimonianza della nostra origine e coscienza, del nostro essere vivi.
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