
Nella prefazione di Alex Tonelli, ouverture che solletica il sipario, invitandolo a sollevarsi sulla silloge appena nata, la poesia di Ksenja Laginja è descritta come un suono. “Una lunga nota articolata che increspa il silenzio del mondo e dona al reale le sue infinite possibilità”. L’autrice è Papessa, “sacerdotessa e maga”, e i suoi versi arrivano al centro dell’anima senza però lasciarsi afferrare: onirici, ritmici, rituali, iniziatici, soffusi, vibranti, diffusi, cangianti, metamorfici.
(63)
Ksenja Laginja entra in scena con una premessa dedicata al numero 9: “Sessantatré (63) testi compongono questo libro, ma questo numero non è casuale anche se nessuna forzatura ha vincolato chi scrive. Il numero è giunto in modo naturale, come se le pagine avessero già scelto – in un patto cosmico e silenzioso – il proprio cammino. La somma delle cifre 6+3 ha come risultante il numero 9 che rappresenta il ritorno del multiplo all’unità, il compimento di un ciclo, il passaggio a un nuovo piano o livello e il duplice concetto di inizio e fine, di morte e rinascita. In alchimia segna il ritorno alla matrice, il 9 simboleggia infatti l’opera al nero – Nigredo – la prima grande trasmutazione alchemica, la fase dissolutiva che precede la rinascita e la liberazione dai vincoli della forma precedente, porta di accesso a un nuovo livello di esistenza.”
Sul numero in questione possiamo aggiungere alcune suggestioni, seguendo il filo rosso che l’autrice abilmente posiziona nel labirinto delle possibilità. Negli Arcani Maggiori (i Tarocchi), il 9 appartiene al saturnino Eremita, colui che sta per affrontare la ruota uroborica del mutamento, il viandante che sta per compiere la discesa agli inferi. L’Eremita conosce il morso del serpente, il mercurio strisciante che è sempre veleno e balsamo, connubio di opposti da rettificare nell’opus per trovare il senso della Pietra occulta.
Il poeta Eremita, armato di lanterna, procede nel buio della psiche alla ricerca di metafore che accendano significati fugaci nella notte, come stelle minime nelle tenebre dell’inconscio.
I poeti sanno stare nell’introversione – modalità propria delle Papesse e degli Eremiti ma anche degli Appesi arcani, disponibili a farsi portavoce in versi della saggezza versatile, eversiva e a tratti avversa del mondo infero sotterraneo. Il procedere dell’Eremita è individuativo: ma l’individuazione si compie nel rapporto con l’altro-da-sé, attraverso il bosco dove le fiere ci attendono per puntare i loro occhi dentro i nostri segreti. Ritrovo, nel testo di Laginja:
“Parliamo sottovoce
tentando di riconoscerci,
questo l’amore lo dà
questo l’amore lo toglie
la capacità di raccogliere
i pezzi a volto scoperto.“
*
“Adesso che non eravamo più lì
fu evidente l’inganno del viaggio
che l’altezza si potesse misurare
attraverso l’apertura della bocca.
Capimmo così il senso della fame
come il lupo era entrato in noi
aveva indossato nomi e abitudini
si era seduto alla nostra tavola
e il perché ci davano la caccia.“
*
Piantare un albero nella casa di Saturno è una metafora alchemica di grande impatto, citata da Marie Louise Von Franz nella sua Alchimia, evocata prima ancora da Carl Gustav Jung nell’opera complessa del Mysterium coniunctionis. Piantare un albero è, in generale, un gesto di animico impatto. Simbolicamente evoca il dinamismo del seme che tende al cielo. E allora, ancora, scovo:
“Hai sempre creduto in noi
mio piccolo animale selvatico
e quel giorno mi sono ripromessa
di piantare un albero col tuo nome.“
*
“Io sono la parola che avanza
e ne precedo altre.
Sono il padre, la madre
la figlia di ogni cosa
e non vacillo.“
Nella silloge c’è un protagonista che s’insinua tra le strofe e si nasconde dietro i rami delle sillabe, scivola, appare e scompare.
Il lupo è il maestro nel mistero.
Sulla simbologia del lupo ho scritto (e narrato nei podcast) tante volte, lasciando erompere che la forza del selvatico per ululare la sapienza antica della foresta, la stessa che Laginja esprime. Per arrivare al lupo – e per lasciarlo venire al centro della storia, occorre superare le paure. Il lupo ‘cattivo’ è “dentro di noi”, è la paura del fobico è perciò una “paura di sé medesimo”, ed è il timore che mette in moto tutta una serie di contromisure, le quali sono a loro volta fonti di altre paure.
Scrivevo, anni fa, che in India la cosiddetta “età del lupo” è l’ultima età, corrispondente a quella del ferro per i greci, e del lupo quest’era conserva i valori, individualismo compreso. Anche nella mitologia greca il lupo è a guardia degli inferi, così come guardiana è la lupa terrifica (Ecate nel suo aspetto di cane nero). La lupa è però anche affettuosa levatrice, colei che dà alla luce. Nel Medioevo il lupo e il Diavolo si avvicinano, e un po’ di quest’aura satanassa, così ben descritta dall’antropologo Alfonso Di Nola, permea lo sguardo della fiera che scorrazza nella nostra mente contemporanea. Ipostasi dell’Uroboro, anche il lupo come il serpente divora la propria coda ovvero si auto-divora poiché egli è il mondo nel suo ciclico danzare. La storia di Licaone che viene trasformato da Zeus in lupo e si autodistrugge prima del diluvio e della fine del mondo ci richiama alla memoria questo moto di creazione e morte seguita da rigenerazione.
Considerando l’importanza di questo simbolo, è oggi urgente covare e curare, ma anche rettificare l’immagine del lupo dentro di noi e smetterla di raccontare ai bambini una sola versione di Cappuccetto Rosso. Scriveva Zenobio: “il lupo è sempre sotto accusa, colpevole o meno che sia”. Il lupo ha una funzione di psicopompo, guida nel regno dei morti e del lato oscuro; è occasione di coscienza, se ne ascoltiamo la voce. Ha una dualità che lo accomuna ad Apollo, Lukogenès nato da lupo Zeus, Lukios a forma di lupo, affine a lyké, guarda caso “luce”.
“Il lupo conoscel’ordine delle foreste” recita un antico canto funebre romeno.
Ritrovo, seguendo le tracce del lupo in tutti i testi della silloge:
I lupi oltrepassarono il confine
e un silenzioso addio rimase vigile
poi si addormentò con loro
senza lasciare traccia.
Il branco gli aveva insegnato
a nascondere le tracce
e per un tempo indefinito
il bosco li accolse.
Avevano dimenticato
il senso di quel viaggio.
La casa sigillata e lontana
senza porte né finestre
intima di non tornare.
A volte è necessario
lasciare andare le cose
per contenerle in sé.
*
Ksenja Laginja è nata a Genova nel 1981, dove alterna alla sua attività letteraria e pubblicitaria una ricerca sull’illustrazione legata al mondo simbolico e del fantastico. Tra le pubblicazioni: Praticare la notte (Ladolfi Editore, 2015), Ventitré modi per sopravvivere (Kipple Officina Libraria, 2021), Cielo Cadmio (Kipple Officina Libraria, 2022) e Chiamali ancora per nome (Arcipelago itaca, 2025). Dal 2016 al 2025 ha co-organizzato la rassegna di poesia e musica elettronica Poème Électronique. Nel 2024 ha dato vita, insieme a Claudio Ferrari, al progetto Protocollo Pavla, tra poesia e musica elettronica, e suona, in qualità di percussionista, nel gruppo di improvvisazione elettroacustica Dia.Mat.

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