Dalla nota della traduttrice Maria Allo
La mia lingua al gatto è la traduzione del libro originale «Τη γλώσσα της την πέταξαν στη γάτα», scritto dalla poetessa Antonia Botonaki e pubblicato da Edizioni Tracia nel 2024. Caratterizzata da una struttura complessa, quest’opera è ricca di contenuti culturali che mettono in luce una società in cui i ruoli di genere, maschile e femminile, erano tradizionalmente gerarchici e biologicamente asimmetrici. La varietà, o poikilìa, rappresenta la caratteristica più evidente dello stile pittorico, che si manifesta qui in modo virtuoso e intarsiato, con continui rimandi a poeti di epoche diverse. […] L’opera di Antonia Botonaki richiede un approccio che supera i tradizionali strumenti filologici ed estetici, poiché questi si rivelano insufficienti. Per questo, ho cercato di tradurre ogni aspetto della sua opera, mantenendone l’essenza e avvalendomi di un dialogo diretto con l’autrice, sempre aperta al confronto e alla collaborazione. Tuttavia, in alcune occasioni, le scelte espressive nella traduzione hanno comportato la necessità di “tradire” la struttura sintattica originale per ottenere una maggiore efficacia. […] La diversità di toni e registri si manifesta in una struttura linguistica paragonabile a quella di un “cesellatore dell’espressione”, arricchita da figure retoriche e astuti artifici, insieme a metafore suggestive. È evidente che una poesia di questo tipo, così profondamente ancorata alle sue radici greche, presenta spesso difficoltà nella traduzione in un’altra lingua. Durante questo processo, molte assonanze, richiami e giochi fonetici, insieme a quelli semantici legati alla lingua originale, possono andare perduti. […] La mescolanza di toni conferisce all’opera un’atmosfera sfuggente e misteriosa, talvolta implacabile. Questa peculiarità è giustificata dall’amore per la verità, che motiva a denunciare, scoprire e rivelare senza riserve, costituendo uno dei principali aspetti del suo fascino. Il linguaggio di Antonia Botonaki è fondamentalmente “musica”, poiché combina suoni ed echi, creando parole il cui valore musicale evoca, quasi in modo autonomo, immagini capaci di modellare le nostre emozioni più intime. […]
Dalla prefazione di Emilia Barbato
La poesia di Antonia Botonaki è una poesia dallo stile libero e prosastico che con un respiro ampio si spinge fino a un territorio di confine dove i microracconti offrono una piena immersione nel paesaggio interiore dell’autrice. La mia lingua al gatto custodisce in sé la bellezza variegata e sonora del regno animale, una flora mite in cui perdersi, la magia della terra cantata da Omero, ma anche il peso portato lungo il tempo dalle donne dell’entroterra. In queste pagine c’è da aspettarsi una contestazione decisa al sistema socioculturale che “abbraccia” come un giogo. […] Il ricorso puntuale alla metafora offre a Antonia la possibilità di muoversi nella terra fragilissima dell’inconfessabile; emblematica la poesia “Esche vive”. La donna che vede trascinare il proprio cuore nel ghiaccio dai cani, che lo offre in pasto, come una ciambella, sa chiamare a raccolta le grandi poetesse statunitensi Emily Dickinson e Anne Sexton sul Golgota del suo dolore e di quello universale. La Botonaki può essere a ragione considerata l’emblema di chi riesce a trattare temi viscosi con originalità prescindendo dal protagonismo che troppo affligge la poesia contemporanea. Dunque, se una certa crudezza, associata a un forte attrito, sferza e appuntisce il verso è altrettanto vero che una corrente sotterranea di sensualità lo avvolge restituendo un “respiro affannato che esprime consenso”. […] Nonostante la contemporaneità della poetessa, una cultura ricca di tradizioni secolari, scandita dal ritmo delle stagioni e dalle festività religiose, emerge dal corpo poetico e le reliquie, le pietre, le abbazie, come piccole isole affiorano tra le pagine, sono bagliori di un passato che ritorna e si allunga tra grilli mutilati, scarabei dorati dal sole, crepitii di alberi e un popolo di emarginati scoperti dal vento di Vardaris più che dall’autorità preposte. Antonia denuncia e disvela, tra la decadenza dei bordelli e un calore di colonia economica, un’umanità seducente nella sua fragilità che porta addosso ancora l’odore umido delle caverne misto al profumo di interiora lavorate dal fuoco. La carne, la vita, nelle manifestazioni primarie, si agitano in una culla primigenia e il greco torna a soffiare. […] Dunque, la Botonaki narra una storia unica e universale sullo sfondo di una Grecia che non ha dimenticato il mito e inaugura la Collana “L’oro di Ofir” con pagine dure, oniriche e sensuali.
Da La mia lingua al gatto (ilglomerulodisale 2025, traduzione di Maria Allo)
ÀTROPA
Un vento così furioso si è scatenato,
a mezzanotte
che con un colpo secco ha spalancato la porta verso il buio.
Il cane, spaventato, è fuggito nell’oscurità senza farsi più vedere.
“Si è aperta anche questa…”
mormorava la puerpera
guardando le cosce femminili del neonato,
la ferita rosata, lo squarcio,
mentre stringeva il cordone ombelicale con un nodo attorno
all’intestino.
– Una forca, diciamolo: una forca –
Poi, senza attendere tre notti, le altre due – parlo delle Moire –
hanno filato, misurato e tagliato.
Da sole.
Ed eccomi. Un’altra femmina.
Uguale alle pecore, alle mucche e alle cagne.
E proprio come loro, non posso mangiare pane a sbafo
Bionda.
È come dire: “Il mio culo lo vuole”. Scontrosa e insolente.
Ecco perché.
Fin da piccola, hanno dato la mia lingua
al gatto.
ΑΤΡΟΠΟΣ
Τέτοιο μπουρίνι μανιασμένο που σηκώθηκε,
μεσονυχτίς,
που έδωσε μια
κι άνοιξε διάπλατη την πόρτα στο σκοτίδι.
Σκιάχτηκε το σκυλί
κι όρμησε μες στη νύχτα
(κι ούτε που ξαναφάνηκε). – Μου ’πεσε κι άνοιξε κι αυτό,
μονολογούσε η λεχώνα οργισμένη,
στα θηλυκά τα σκέλια του νεογέννητου θωρώντας
τη ροδαλή πληγή, τη σχάση
κι έδενε κόμπο τ’ άντερο, τον λώρο.
Θηλιά να πεις, θηλιά
Ύστερα, χωρίς να περιμένει νύχτες τρεις, τις άλλες δυο
τις μοίρες λέω
μονάχη αυτή και μοίρανε και μοίρασε.
Να ’μαι λοιπόν.
Μια ακόμα θηλυκιά.
Ίδια, όπως οι προβατίνες, οι αγελάδες και οι σκύλες.
Κι ολόιδια, όπως αυτές,
δεν επιτρέπεται να τρώω τσάμπα το ψωμί μου.
Ξανθιά.
Πάει να πει: τα θέλει ο κώλος μου.
Κακότροπη κι αυθάδης
Γι’ αυτό.
Γι’ αυτό από νωρίς
τη γλώσσα μου
την πέταξαν
στη γάτα.
*
NEVICAVA
Quell’inverno sembrava interminabile.
I cani, dal ghiaccio trascinavano il mio cuore
sul tuo corpo
abbaiandoci addosso
nevicava senza sosta
e dilagava intorno
un profondo silenzio
perché le parole
potessero essere udite.
Vigliacco, tu
non hai fatto una piega.
ΧΙΟΝΙΖΕ
Ατέλειωτος ήταν εκείνος ο χειμώνας.
Σκυλιά από πάγο σύραν την καρδιά μου
στο σώμα σου
επάνω
αλυχτώντας.
Χιόνιζε αδιάκοπα
και μεγάλη απλώθηκε
σιωπή.
Για να μπορέσει ν’ ακουστεί
ο λόγος.
Που δειλέ
δεν αξιώθηκες
*
ESCHE VIVE
Le ragazze farebbero di tutto
per essere apprezzate.
Proprio come quando erano piccole e papà si arrabbiava.
In quei momenti, desideravano rifugiarsi nel corno di bue
per nascondersi.
Poi arrivava la madre, esclamando:
“Vai, vai, vai, occupati di lui, capisci?”
Era lei a saperlo per prima, avendolo appreso dalla propria madre.
Ecco perché si prendeva cura dei suoi riccioli.
Aveva rimosso gli artigli, superando ogni resistenza,
affinché potessero passare indenni attraverso l’amo,
con qualche vecchia perlina – che brillava tra le alghe – come esca.
Il resto è noto.
Con entrambi i piedi sul timone, si aggrappavano all’asta
per eseguire acrobazie e gustare snack,
in attesa del momento giusto per sorprendere papà e ricambiare.
Una volta soddisfatte, potevano tornare alla loro piccola vasca di
plastica
piena d’acqua dolce.
Allenavano le gambe in attesa del prossimo buio,
perché, come sapete, non si può pescare al chiaro di luna.
ΖΩΝΤΑΝΑ ΔΟΛΩΜΑΤΑ
Τα κορίτσια κάνουν τα πάντα
για ν’ αρέσουν.
Όλόιδια όπως έκαναν μικρά, όταν
έχανε το κέφι του ο μπαμπάς.
Ήθελαν τότε μες στου βοδιού το κέρατο να μπουν,
για να κρυφτούν.
Τότε ερχόταν η μητέρα, λέγοντας
πήγαινε, πήγαινε, καλόπιασέ τον, ξέρεις εσύ.
Ήξερε πρώτη αυτή.
Το είχε μάθει απ’ τη δική της τη μητέρα.
Γι’ αυτό τους γυάλιζε τις μπούκλες.
Τους είχε κόψει τις δαγκάνες.
Τις αντιστάσεις είχε κάμψει, ολωσδιόλου.
Για να περνούν στο αγκίστρι ολοζώντανα
με κάτι παλιές χάντρες –να φέγγουν μες στα φύκια–
δόλωμα.
Η συνέχεια γνωστή.
Με τα δύο πόδια τους πηδάλιο πλεύσης,
καθώς κρεμόταν στο καλάμι
να κάνουν κόλπα και τσακίσματα, ώσπου
το κέφι να τσιμπήσει του μπαμπά
να του το ξαναδώσουν.
Ικανοποιημένα, μπορούσαν τότε να επιστρέψουν στη μι
κρή, πλαστική, με το γλυκό νερό λεκάνη τους. Ασκώντας
τα δυο πόδια τους να περιμένουν το επόμενο σκοτάδι.
Στη φεγγαράδα ως γνωστόν δεν πιάνεις ψάρια.
*
RITUALE MATTUTINO
Il sangue che mi ridona vita al mattino ha tinto l’intera notte;
il sangue che mi riporta alla realtà risale dai profondi abissi del mio
letto.
Rimuovo gli artigli delle rondini selvatiche dai miei capelli,
mi inchino ad Anánkē, che conosce il cammino,
e rivesto il mio corpo con l’Abitudine,
indossando gli occhiali amorevoli di Madre
per non dimenticare.
Con questi – in un attimo – di Paura
troverò lo scudo da indossare.
ΠΡΩΙΝΗ ΧΑΡΑ
Το αίμα με ξυπνάει κάθε πρωί· το αίμα που
Από βαθιές χαράδρες στο κρεβάτι μου αναβλύζει.
Των άγριων χελιδονιών τα νύχια βγάζω απ’ τα μαλλιά μου
Φορώ στα πόδια την Aνάγκη –αυτή ξέρει τον δρόμο–
Και το κορμί μου με Συνήθεια ντύνω
γυαλιά Μητέρας τρυφερής να μην ξεχάσω.
Μ’ αυτά θα βρω –στο πι και φι–
του Φόβου, το πλατύγυρο να βάλω.
*
ORDINE
Lo esprimerò in versi: quando dormo,
in un sonno profondo, non c’è decomposizione, ma apoteosi.
Coleotteri, mosche, ninfe e vermi
distruggono la mia carne.
Che il regno animale non tragga vantaggio dai miei tessuti,
solo le mie ceneri, le mie ceneri,
racchiuse in un piccolo contenitore di terracotta
con della terra umida.
Allora datemi un agrifoglio, un sicomoro, un tiglio
Su un pendio ripido, tra pietre aguzze
Si ode il sibilo del vento e il gracchiare del corvo.
Un balbettio di germogli
ΠΑΡΑΓΓΕΛΙΑ
Σε στίχους θα το πω· πως όταν κοιμηθώ,
βαθιά όταν κοιμηθώ –όχι η σήψη, η αποφορά,
σκαθάρια, μύγες, νύμφες και σκουλήκια
τη σάρκα μου να διαμελίζουν.
Ας μην ωφεληθεί το ζωικό βασίλειο απ’ τους ιστούς μου
Τη στάχτη μοναχά, τη στάχτη μου
σ’ ένα μικρό δοχείο κλείστε πήλινο
μαζί με χώμα υγρό.
Ύστερα ένα πουρνάρι, μία κουμαριά, ένα ασπαλάθρι δώστε μου
Σ’ απόκρημνη πλαγιά, σε πέτρες κοφτερές, στο σφύριγμα
του αέρα
Στου κόρακα το κρώξιμο.
Πρεμνοβλασταίνοντας.
*
Antonia Botonaki è originaria di Labriana, un piccolo insediamento montano situato nella parte occidentale di Selino, Chania. Dopo aver completato le scuole elementari, si è trasferita a Chania e successivamente a Salonicco e Atene, dove attualmente risiede. Ha studiato tecnologia dentale, recitazione presso il Teatro di Stato della Grecia settentrionale e dietologia. Nel 2011 ha pubblicato il romanzo Let it die con le edizioni Ibiskos che, dopo diverse ristampe, è stato ripubblicato nel 2024 dalla Società editoriale di Creta (edizioni Pixida). Come poetessa esordiente ha ricevuto nel 2017 il premio Jean Moréas per la sua raccolta Agitra tis skias, pubblicata da Iolkos. La sua raccolta Terma Theou, edita da Gavriilidis Publications, è stata candidata al Premio di Poesia dello Stato nel 2020 e successivamente è stata ripubblicata nel 2021 da Iolkos Publications.

Lascia un commento