
Con L’angelo di sangue, Valeria Bianchi Mian firma un thriller psicologico in cui la suspense noir si fonde con le fragilità dell’animo contemporaneo.
Giovani smarriti, adulti incerti e un sottofondo esoterico torinese costruiscono un mosaico narrativo di storie che catturano e inquietano il lettore.
La scrittura dell’autrice restituisce una sensazione di vertigine, come quella di una giostra in movimento, in cui le diverse generazioni si muovono su piani instabili, barcollanti e sospesi, simili a funamboli senza rete, in bilico tra illusioni di salvezza e abissi reali.
Persi, perduti, perdenti, negli inferni dei rave party, i giovani si rincorrono e si intrecciano lungo tutto il noir, fino a confondersi l’uno nell’altro, delineando il ritratto inquieto di una società che oscilla continuamente tra il bisogno di essere salvata e il rischio, sempre presente, di non riuscirci.
In questo scenario, i ragazzi attratti dal richiamo facile di cannabinoidi e di altre droghe, immersi in un clima diffuso di incertezza, faticano a trovare una direzione, a investire nel proprio percorso formativo, a immaginare un futuro che possa motivarli. Accanto a loro si muovono adulti che non rappresentano più solidi punti di riferimento, ma figure a loro volta fragili, smarriti, disgregati, evanescenti, a volte persino più vulnerabili dei figli, incapaci di offrire orientamento e contenimento in un tempo che disorienta entrambi.
Emblematica, in questo quadro, è la figura di Raffaella Montedori, descritta come una “signorina confusa e infelice”, immersa in una dimensione autolesionistica.
Attratta dalla dimensione degli angeli, sente che la psicoterapia, da sola, non le basta più; avverte il bisogno di un nuovo balsamo, qualcosa che possa lenire ferite più profonde e difficili da nominare.
È in questo spazio di vulnerabilità che prende forma l’incontro con Michael, una figura angelica che promette cura e orientamento, indicando regole e percorsi misteriosi, vie che sembrano sfuggire alla logica ma che, nella sua visione, aprono la possibilità di una guarigione.
Il principio «Tutto è energia» espresso dall’angelo Michael introduce a Raffaella Montedori una prospettiva in cui i confini tra sé e l’altro si dissolvono e diventano un’unica luce di stelle, parte di un disegno più grande, tanto affascinante quanto inquietamente ambiguo, al punto che la ricerca di senso si intreccia con il rischio di perdita dei confini identitari.
Accanto a Raffaella si muove anche la figura di Alberto, un giovane in cui si intravede una forma di adattamento che sa di rinuncia, specchio di un disagio profondo e significativo, che contribuisce a restituire la complessità del contesto umano rappresentato nel romanzo.
Nel complesso, emerge un quadro familiare e relazionale segnato da assenze sottili ma profonde, dove il vuoto affettivo diventa terreno fertile per la fragilità dei più giovani e delle nuove generazioni.
In questo contesto di vite alla deriva si inseriscono le “psicosette”, insieme ai guru della meditazione e del mondo olistico, figure che promettono percorsi di salvezza e intercettano chi si è smarrito ed è in cerca di senso.
Il romanzo mette così in scena un universo variegato e seducente, fatto di meditazione trascendentale, trattamenti corporei, bagni sonori e vibrazionali, pratiche legate agli angeli e alle energie sottili, che si intrecciano non senza ambiguità, con un bisogno profondo e spesso disperato di orientamento e guarigione. In questo senso, l’autrice sembra evidenziare una certa improvvisazione nel campo della relazione d’aiuto, dove l’apparenza e l’illusione rischiano talvolta di sostituire una reale funzione terapeutica.
Ne emerge una riflessione critica, netta e disincantata. Scrive Valeria Bianchi Mian: “l’ignoranza è un cancro dilagante e la presunzione collettiva alla massima potenza […] ecco ciò che ammorba le persone in questo tempo oscuro, nel quale predominano la spocchiosità e l’ego di chi, pur nella propria fragilità, ambisce al potere”.
Parole forti, che delineano l’immagine di un contesto in cui la superficialità si accompagna a una hybris che acceca, impedendo ogni autentico confronto con la realtà e con i propri limiti, alimentando così quelle derive da cui la società vorrebbe fuggire.
La mancanza di riferimenti solidi e di un pensiero critico rende la collettività infatti più esposta e facilmente influenzabile dai cosiddetti “massimi sistemi”, capaci di esercitare una presa salda e significativa sull’opinione pubblica.
In questo scenario, la dimensione della “caverna” e del mondo sotterraneo richiama simbolicamente la nigredo che attraversa l’immaginario dell’opera: una sorta di “bocca mefitica”, un luogo oscuro e denso, in cui l’autrice riesce a trasmettere non solo immagini, ma anche sensazioni fisiche e quasi percettive.
All’interno del romanzo compaiono anche presenze inquietanti: ragni, pipistrelli che sfiorano la testa, corpi scuri annidati nelle fessure delle rocce, larve che abitano l’ombra. È un paesaggio interiore oltre che esteriore, che appartiene alla dimensione liminale in cui la materia si fa simbolo e riaffiora attraverso l’esperienza onirica e le paure profonde.
Un elemento significativo è rappresentato anche dal richiamo al cubo di Metatron, simbolo geometrico sacro associato alla tradizione angelica e utilizzato come filo conduttore della trama.
La sua struttura, composta da cerchi, richiama una configurazione in cui ogni elemento è legato alle figure degli angeli, disposti in modo tale da consentire al centro la presenza della guida, identificata nel Serafino Metatron, inteso come portavoce di un’intelligenza superiore che si esprime nelle parole del maestro e nell’azione trasformativa del sigillo.
Il confine tra mondo terreno e dimensione ultraterrena sembra così assottigliarsi, dando vita a uno spazio intermedio in cui convivono tensioni opposte: elevazione e ombra, ordine e mistero.
Nel noir psicologico non manca inoltre il riferimento alla dimensione digitale e ai social network. Incontri virtuali, osservazioni di profili, immagini filtrate o meno, emoticon e conversazioni online fanno parte di una quotidianità che incide sulle modalità relazionali contemporanee e segnano profondamente questo periodo storico.
L’autrice evidenzia come le relazioni tendano sempre più spesso a svilupparsi e a consumarsi all’interno di un’immagine, in uno spazio in cui l’identità resta incerta e sfuggente, quasi anonima. Si tratta di un contesto in cui ci si espone e ci si osserva, senza però arrivare a conoscersi davvero.
Anche questo diventa un ulteriore nodo critico della fragile società contemporanea.
E nel giorno dell’Angelo, quasi in una dimensione simbolica e riflessiva, richiamiamo l’immagine di uno “squillo di tromba” capace di risvegliare le coscienze nel tempo presente, attraversato da oscurità e chiusure percettive. Un invito a riaprire lo sguardo e a non sottrarsi alla realtà.
Grazie all’autrice, Valeria Bianchi Mian, cara amica e presenza creativa intensa e instancabile, capace di coniugare idee, scrittura, relazioni in un percorso espressivo ricco e originale.
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Valeria Bianchi Mian è specializzata in Psicoterapia individuale, di gruppo e Psicodramma junghiano. Ha creato il Metodo Tarotdramma® (www.tarotdramma.com). Ha una formazione in Mindfulness e Naturopatia e in Caviardage® per la didattica.
Cura e sceneggia mazzi di carte archetipiche e metaforiche per la casa editrice internazionale White Star (Vivida).
Socia di MilleGru, collabora con la rivista Poetry Therapy Italia (www.poetrytherapy.it) e con la Scuola PoesiaPresente di Monza. Conduce corsi di scrittura creativa e Poesia terapeutica con Giunti Psicologia/Psicologia.io, piattaforma sulla quale cura un salotto letterario trimestrale.
È redattrice per Versante Ripido e speaker a www.radiodreamland.it.
Ha curato e illustrato antologie – Maternità marina (Terra d’Ulivi Edizioni, 2020); Confine donna. Poesie e storie di emigrazione (Vita Activa Nuova, 2022) e altre. Tra i saggi curati/partecipazioni: Utero in anima (Bianchi Mian V., Ceresa S.G., Putti S., Lithos, 2016); Amori 4.0 (AAVV, Alpes Italia), 2018; Fare storie (Giunti Psicologia, 2025). Narrativa e poesia: Favolesvelte (Golem Edizioni, 2016); Non è colpa mia (Golem Edizioni, 2018), Vit(amor)te. Poesie per arcani maggiori con ventidue carte disegnate da lei (Miraggi Edizioni, 2020), Psicoporno (Buendia Books, 2023), Bestie, femminile animale (Vita Activa Nuova APS, 2023). È tra gli autori di “Piemonte in Noir” con il romanzo Il corpo crudo (Edizioni del Capricorno per La Stampa, 2023), Le signore dei giochi (2024) e L’angelo di sangue (2026).
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Mapi Barraco Pellegrino è una Psicopedagogista, dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche, Mediatrice Familiare, Coordinatrice Genitoriale e Conduttrice di Gruppi di Parola per figli di genitori separati.
È una studiosa e ricercatrice delle teorie psicoanalitiche e ha pubblicato diverse recensioni di saggi psicoanalitici e di libri di poesia contemporanea. Inoltre si dedica allo studio dei simboli presenti nelle fiabe e nei sogni.
Mapi Barraco è stata relatrice ai convegni nell’ambito dei seminari sui legami familiari e sul tema della separazione dei genitori, organizzati e promossi dall’Ente per cui opera. In qualità di relatrice ha partecipato ai workshop dell’Immaginario Simbolico, organizzati dalla Società Cooperativa Fenorabia Group Europe diretta dal dr. Alfredo Anania.
Ha scritto prefazioni a romanzi e saggi e recensioni su numerose riviste.
Fotografia nell’articolo: Mapi Barraco Pellegrino.
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