VOLIAMORI | Pensando a Carmen Yanez

Ci sono coppie le cui storie amorose mi affascinano perché riconosco nella produzione artistica, letteraria o poetica degli elementi alchemici coinvolti un certo grado di contagio reciproco, quell’ispirarsi in follia a due che rende fertile il terreno tra le parti, il concepimento creativo del fare anima insieme come l’artifex  e la soror mystica del Liber Mutus seicentesco, anche se a volte gli artefici sono distanti perché i casi della vita obbligano certi amori alla separazione. I miei preferiti sono certamente Lou Reed e Laurie Anderson, ma potrei citarne tantissimi altri. Non voglio essere avara. Mi affascina per esempio la storia dei passionalissimi Frida Kahlo e Diego Rivera. Mi solletica la storia di Niki De Saint Phalle e Jean Tinguely, ma non sarei esaustiva neppure se continuassi, poiché il tema non si esaurisce a partire da Antonio e Cleopatra. Insomma, è la coppia che mi affascina. E quando uno dei due muore, così come è accaduto a Luis Sepulveda, mi domando con un certo pathos come stia l’Altro. Sarà che sono profondamente innamorata anch’io, e allora mi immedesimo nella sofferenza che proverei, qualora un giorno che spero lontanissimo il mio amato lasciasse questa esistenza terrena prima di me. Leggo con un certo coinvolgimento i passaggi più noti del rapporto tra lo scrittore cileno e la poetessa Carmen Yanez, narrazione di un viaggio tra desiderio e separazione forzata, famiglia disgiunta e ricongiunta nel tempo, la cottura lenta del ritorno e la decisione. Fino alla morte.

Scelgo una poesia di lei, per l’occasione.

 

A tu per tu

i nostri universi

si potrebbero toccare.

Invece scelgo la tua bocca

come punto di riferimento

come

per incendiare il mio mondo

a poco a poco.

Altrimenti

esploderemmo.

[da Paesaggio di luna fredda, Guanda 1998]

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E, per l’addio, una chiusa

con la più famosa voce di lui.

 

L’ultima nota del tuo addio

mi disse che non sapevo nulla

e che arrivavo

al tempo necessario

di imparare i perchè della materia.

Così, fra pietra e pietra

seppi che sommare è unire

e che sottrarre ci lascia

soli e vuoti.

[estraggo da La più bella storia d’amore in Poesie senza patria di J. M. Fajardo (a cura di), Guanda 2003]

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