LA ROCCIA DEL CINGHIALE | Recensione di Salvatore Augusto Tonti

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Recensione epifanica de La roccia del cinghiale (‘l roc d’l singhial) di Fabrizio Ago

epifànico (ant. epifànio) agg. [der. di epifania] (pl. m. -ci), letter. raro. – Relativo a un’epifania, nel sign. originario e generico della parola, che costituisce cioè un’apparizione, o una manifestazione, una rivelazione. (https://www.treccani.it/vocabolario/epifanico/)

La Driade | J. Morelli, Deviant Art

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L’incontro con l’Altro da sé come epifania

Ho in serbo diverse recensioni che reclamano insistenti di essere scritte; cedo alla loro insistenza e comincio in un cammino a ritroso a scrivere questa sull’ultimo libro letto, perché, conoscendo il suo autore, mi si è mostrato ancora una volta un aspetto della realtà di cui forse restiamo inconsapevoli finché non si verifichi un evento che ce lo disvela. Intendo dire che intorno a noi, nel quotidiano, vi è la presenza di spiriti angelici di cui abbiamo agnizione solo quando ci accada di incontrarli. Angeli intesi non come entità mistiche ma nel senso etimologico della parola ἄγγελος, cioè di un messaggero, ovvero un uomo o una donna la cui soggettività ci porta a guardarci dentro e a una nuova comprensione di noi stessi oltre ad arricchirci con le sue esperienze e conoscenze. Fabrizio Ago è uno di questi messaggeri, un Altro da me, che ho avuto in sorte di incontrare casualmente sul mio cammino un giorno in una libreria.

Carolina si fa corpo vivente e incontra l’Altro da sé.

Cosa racconta questo romanzo?

La storia di Filippo Rivetti, ingegnere torinese, dirigente di un’azienda privata, che ama l’arte a tal punto da riuscire a entrare in contatto telepatico con i personaggi dei dipinti e di Carolina, nome dato dallo scrittore al personaggio raffigurato nel quadro esposto alla Galleria di arte moderna di Torino (Gam): La donna e l’armatura di Felice Casorati (1921), la cui riproduzione è posta ad apertura del romanzo.

«Una figura femminile nuda è seduta sopra ad un sedile ricoperto da un telo disposto senza particolare cura. La donna sembra raggomitolata su di se. Tiene infatti le ginocchia chiuse e strette e le braccia sono poi conserte e coprono il pube. Il corpo è raffigurato verso sinistra e il viso di tre quarti. Lo sguardo attento e indagatore è puntato verso l’osservatore. Dietro la donna si intravede una grande armatura metallica. A sinistra infine una finestra aperta lascia trasparire un piccolo brano di cielo.»

(https://www.analisidellopera.it/felice-casorati-la-donna-e-larmatura/)

Filippo è irretito da «quello sguardo attento e indagatore»; si innamora della donna del ritratto; Carolina pure si innamora di lui, il suo Altro da sé.

Tra di loro nasce un silenzioso dialogo mentale e in Carolina il desiderio di divenire umana e donna di carne così da poter amare quell’uomo che da lei è stato incantato. Desiderio è una parola chiave e lo si capirà nelle pagine finali del romanzo.

«Sono stata un ritratto, che per amor suo, (…) riuscì a far vibrare la tela sino al telaio, tanto da farle assumere un abbozzo di tridimensionalità, un principio di consistenza materica». 

Avviene così quella che la psicoterapeuta Valeria Bianchi Mian definirebbe una trasmutazione della materia minerale dei pigmenti pittorici nella materia organica di un corpo umano vivo. Il fuoco che accende tale trasmutazione è l’amore, come la stessa Carolina ci dice.

La tela «vibra» nel processo trasformativo; in un altro passaggio del testo Carolina parlerà di una increspatura della tela. Termini che preludono alla rottura del diaframma tra la fissità atemporale della rappresentazione pittorica e la dinamicità della condizione umana.  

La metamorfosi di Carolina passa attraverso una fase intermedia di sonno profondo.

Vi è qui un voluto richiamo dell’autore alla mitologia greco-latina (Hypnos, Somnus per i Latini, figlio di Erebo dio dei luoghi oscuri e Nyx la notte, fratello gemello di Thanatos la morte) o piuttosto alla mitologia norrena (Svefnthorn, la spina del sonno) stante la presenza più avanti nel testo di lemmi della lingua delle rune usata dalle masche?

«Mi svegliai, o ripresi conoscenza, ora non saprei dire. Era la prima volta che mi capitava. Al tempo in cui ero un ritratto (…), mai mi ero addormentata.»

Vuole  forse rammentare  l’autore che il processo di nascita, di umanizzazione necessariamente passa attraverso l’oscurità ? Che la consapevolezza della mortalità e la consapevolezza della vita sono strettamente intrecciate?

Se pensiamo alla fiaba di Pinocchio, in cui il burattino, come prima di lui Geppetto, viene inghiottito nel ventre fetido e oscuro di una balena, sembra essere così.

«Padre e figlio, al lume di una malcerta candela, uniti dalla malasorte, finalmente si parlano, si rivelano, si capiscono, accendono, (…) un germe di sentimento che porterà il vecchio alla realizzazione della paternità a lungo vagheggiata e forse al contempo temuta (…) , all’irrequieto, troppo candido burattino, il passaggio dalla sorda e passiva materialità alla finale acquisizione dell’individualità cosciente, del sé che infine lo umanizza.»

(https://www.larchetipo.com/2020/01/siti-e-miti/la-balena-di-pinocchio/)

Carolina finalmente umana fugge dalla Gam e corre verso di lui che l’aspetta «dentro il cestello di una bellissima mongolfiera bianca

Come fa Pollicino, anche l’autore dissemina dietro sè sul percorso della storia tante mollichine che sono ciascuna un elemento simbolico.

Qui è la mollichina volo; che ci richiama alla mente gli amanti aerei di Chagall che si librano senza peso nell’aria; o il poeta Guido Cavalcanti che nella Lezione sulla leggerezza di Italo Calvino  con un agilissimo, aereo balzo scavalca i sacelli posti lungo la via, allontanandosi dai giovinastri che lo molestano.

Il simbolismo del volo ha molteplici significati: desiderio di evadere e di libertà; la sessualita; la ricerca di spiritualità; il superamento di difficoltà e prove ardue.

Elementi simbolici che sono tutti presenti nella storia di Filippo e Carolina.

Il dio iroso, la caduta, la nuova vita, la persecuzionela salvezza

«Il volo verso la fine del tempo» dei due amanti è però drammaticamente interrotto da una violenta tempesta di acqua e fulmini. Un fulmine infine danneggia la mongolfiera che precipita.

È una burrasca scatenata dall’iracondo dio celtico Taramis – lo Iuppiter dei Latini, lo Ζεὺς Πατήρ dei greci.

I due amanti in fuga dal tempo nella caduta rimangono seriamente feriti, in particolare Filippo.

Grande sarà il loro sconcerto e trauma nello scoprire che l’incidente li ha scaraventati nel passato, nel 1627, facendoli precipitare sulle colline del Monregalese, nei pressi della città di Vico (l’attuale Vicoforte).

Vengono però scoperti e portati in salvo, Carolina da due donne che appartengono alla sorellanza delle masche (streghe in piemontese) del luogo; Filippo, in fin di vita,  da un monaco di un vicino convento, che è anche medico, chirurgo ed erborista.

Qui ha inizio una lunga serie di vicende che per circa venti anni coinvolgono i due amanti negli accadimenti burrascosi di quegli anni, che l’autore riporta fedelmente (questo è anche un romanzo di carattere storico): lotte dinastiche, guerre, la peste nera, e in ultimo l’Inquisizione e la caccia alle streghe.

L’Inquisizione arriverà a colpire anche la comunità delle masche che hanno accolto e protetto Filippo e Carolina, costringendole a fuggire e a disperdersi in altri stati dell’Italia d’allora e anche nel Nuovo Mondo; in ultimo, anche Filippo e Carolina sono in pericolo e devono decidere di fuggire e mettersi in salvo. Ma la mongolfiera è ormai inservibile, non può essere riparata.

Questa situazione drammatica apre allo scioglimento inaspettato, imprevedibile, straordinario della storia.

La struttura del romanzo

Se immaginassi questo romanzo come il testo di un’antica tragedia greca, esso sarebbe strutturato in tre atti piu un coro, che l’autore ha evidenziato tramite formati grafici differenziati:

  1. Primo atto. La storia di Filippo e Carolina e delle masche e di tutti i personaggi che con loro interagiscono;
  2. Secondo atto. La storia degli dei che intervengono nelle vicende di Filippo e Carolina, in parte determinandole;
  3. Terzo atto.La storia di Eloisa, la figlia di Filippo e Carolina concepita grazie a un incantesimo delle masche e all’intervento di una dea e che ha un suo svolgimento autonomo;
  4. Il Coro, ovvero gli inserti nel testo di versi poetici che, proprio come il coro nella tragedia greca, accompagna commentandole le vicende narrate; questi brevi inserti poetici riuniti possono essere letti come un poema unitario.

Lo stile della scrittura, le citazioni

Fabrizio Ago è stato un importante architetto; ha scritto manuali tecnici relativi alla museologia, romanzi incentrati su atti criminali compiuti nei musei, fiabe per bambini.

La sua è quindi una scrittura esercitata e alquanto curata.

I versi poetici inseriti lungo il testo sono a mio giudizio pregevoli.

Originale in questo romanzo è l’uso di frasi in dialetto piemontese e in una lingua scandinava, che è quella materna della donna che guida la comunità delle masche di Vico. L’autore ha scelto di non fornire la traduzione; scelta condivisibile perché esse non alterano il ritmo della lettura e la comprensione dei dialoghi.

Nel testo del romanzo fanno capolino due sorprendenti citazioni.

La prima citazione è da Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupery: «l’essenziale è invisibile agli occhi» che in quest’ambiente di arcani misteri si inserisce perfettamente.

La seconda citazione, che compare in uno degli ultimi inserti poetici, è la poesia Mattina di Giuseppe Ungaretti: «m’illumino d’immenso», e il significato che ad essa assegnò il poeta, qui risalta in tutto il suo valore.

Un romanzo tutto al femminile e femminista

Questo carattere del romanzo è forse l’elemento che più mi ha colpito per la sua evidenza.

Con grande sensibilità, l’autore descrive la psicologia di Filippo e Carolina alle prese con la necessità di adattamento a un ambiente umano e culturale sconosciuto, diversissimo da quello del XXI secolo.

Filippo è un ingegnere, possiede conoscenze tecniche e scientifiche e una notevole inventiva, che mette al servizio della città di Vico e dell’autorità che la governa. In questo trova un appagamento e un ruolo che dà senso alla sua nuova esistenza. Questa mi sembra una modalità tipicamente maschile.

Carolina si inserisce nella comunità femminile delle masche, impara l’arte di curare con le erbe e di aiutare le donne nel parto. Ma si sente insoddisfatta, avverte dentro di sè un vuoto. L’attività di ostetrica, la visione delle donne che allattano, le fanno capire che il vuoto interiore che avverte, la sua inquietudine hanno un nome: desiderio di maternità.

Ma lei è donna in tutto tranne che in questo: non può avere figli. Solo con l’aiuto della magia bianca delle sue amiche masche e l’intervento di una dea benevola, concepirà e partorirà una bambina, che sarà chiamata Eloisa, che diverrà anch’essa una masca e vivrà una storia d’amore con un misterioso uomo che si fa chiamare “Il Boscaiolo” e dice di venire dalla terra di Liguria.

La reazione di Carolina mi sembra invece rispecchiare molto una certa psicologia femminile.

Carolina ha conservato della modella del dipinto molto del suo temperamento di anarchica: è insofferente all’oppressione della religione cattolica e dei suoi dogmi soffocanti; insofferente verso il sacro vincolo del matrimonio che accetta obtorto collo perchè vi sono costretti dalle circostanze. Si ribella ai soprusi del potere maschile civile e religioso.

Ha scoperto con Filippo la sessualità; ma infine si innamora di una donna. E in ultimo descrive la sua vicenda da ritratto a donna di carne come «viaggio nel desiderio».

Tutto questo l’autore lo racconta sempre con finezza, con garbo, in modo mai banale.

In questo romanzo le donne risaltano in tutta la loro forza vitale.

Ed ho grandemente apprezzato che le figure delle streghe, le masche, siano narrate in modo positivo, luminoso. Perché quella delle masche è solo uno degli episodi della guerra plurisecolare del patriarcato contro le donne. Una guerra che in forme diversa dura anche oggi.

Torino, 14 maggio 2023

Salvatore Augusto Tonti

Fabrizio Ago. La roccia del cinghiale (‘l roc d’l singial). Youcanprint 2023

Come acquistare il libro:

https://www.mondadoristore.it/La-roccia-del-cinghiale-Fabrizio-Ago/eai979122146093/

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Salvatore Augusto Tonti Nato nel 1954, ha frequentato il Liceo Massimo D’Azeglio di Torino. Due suoi compagni di classe, Anna Pavignano e Riccardo Borgogno sono poi diventati buoni scrittori. Lettore onnivoro, ama i fumetti, specialmente quelli della Bonelli, e la letteratura designata, le graphic novels. Ha un sogno, vorrebbe un giorno poter nuotare con i delfini e stare in compagnia dei gorilla di montagna. Ha due animali-totem: il lupo e l’elefante.

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