
Sirene (Einaudi, 2007) di Laura Pugno
Sono trascorsi quasi vent’anni dalla prima pubblicazione di Sirene di Laura Pugno, ma il romanzo continua a rappresentare una singolare avanguardia stilistica e tematica.
Ci troviamo in un mondo post apocalittico, dove l’esposizione solare è fatale e il cancro nero che essa causa ha già sterminato o condannato a morte la quasi totalità della razza umana, tranne coloro che riescono a sopravvivere sott’acqua, sfruttando le sirene, che vengono allevate come carne da macello e da bordello. Pugno le rappresenta come una specie selvaggia, imprigionata in vasche di contenimento, rievocando contemporaneamente gli allevamenti intensivi degli animali, ma soprattutto la schiavizzazione e gli stupri operati dai colonizzatori di ogni nazionalità nei confronti dei nativi di ogni terra.
La potenza naturale e vitale delle sirene si contrappone alla fragilità dell’essere umano, specie ormai indebolita nel corpo, ma sempre profondamente aggressiva e pericolosa per la sua stessa natura sfruttatrice e autodistruttiva. È la yakuza, la mafia giapponese, a gestire il traffico di carne di sirena: l’autrice ha dichiarato in un’intervista di essersi ispirata alla leggenda giapponese secondo la quale mangiare carne di sirena renda immortali, come narrato nella trilogia Saga della Sirena di Rumiko Takahashi.
Il corpo della sirena e quello degli umani malati di cancro nero è descritto da Pugno nei minimi dettagli, con la sua personale lingua pulsante dalla sintassi scarnificata per mostrare l’osso, l’essenza stessa delle cose. Si può dire che il corpo umano stia collassando perché non sostiene più il sole, elemento naturale per eccellenza, invece quello della sirena è forte proprio perché è in relazione positiva con la natura e i suoi elementi. La pelle della sirena è squamosa, poi desquamata, in ogni caso costantemente martoriata. Tuttavia, la sua colorazione verde-azzurra, oppure argentea nei casi delle “mezzoalbine”, esalta l’appartenenza alla natura, ricordando gli avatar del film di Cameron. Avatar viene distribuito nel 2009: che il regista si sia lasciato ispirare dalle sirene di Underwater? Nella mostra attualmente in corso presso il Museo del Cinema di Torino, i curatori hanno sottolineato quanto il regista abbia voluto fortemente che gli avatar avessero quell’aspetto, affinché richiamasse alla memoria dell’essere umano qualcosa a lui similare ma che lo superasse per bellezza e imponenza, per generare desiderio e timore nello stesso tempo. È il senso più profondo della mostruosità, che ha alla base la meraviglia.
Siamo abituati a pensare alla sirena come a una donna, bellissima o terrorizzante, che, dalla vita in giù, è dotata di una coda di pesce. Ogni creatura ibrida, in generale, suscita inquietudine nell’essere umano che, abituato a ragionare per opposti, per polarità, si trova improvvisamente davanti a una terza possibilità. Lungi dal rassicurarlo, questa forma di vita lo disorienta e lo getta nel caos, condizione in cui traumi e paure che costituiscono il “rimosso”, o ciò che si credeva fosse tale, può trovare con più facilità spazio per riemergere e per scatenare il perturbante, quell’unheimlich di cui parlava Sigmund Freud.
Ma la sirena non è sempre stata rappresentata figurativamente come la conosciamo oggi.
Nel mondo classico le sirene erano mostruose donne-uccello che attraverso il canto e la musica determinavano l’incantamento umano, come sappiamo dal viaggio di Ulisse. Dal medioevo in poi le sirene non sono più dotate di strumenti musicali. In alcuni casi, tengono in mano uno specchio, simbolo di vanità, perché sono state trasformate in donne-pesce provocanti, raffigurate con i capelli lunghi, il seno scoperto e coda bifida, le cui due parti sono divaricate a mettere in risalto la vulva, posizionata sulla parte anteriore del corpo.
Questa iconografia permane fino ai nostri giorni, con accezione positiva o negativa a seconda della situazione. Le sirene di Pugno sono infatti:
[…] bestie da latte e da carne e insieme erano donne, prive di parola, prive di gambe, il muscolo unico della coda capace di spezzare in due la schiena di un uomo, la vagina liscia, […] quei capelli lunghi, un’unica massa elastica verde azzurra, il seno sempre grande e pesante.
Però, diversamente da quanto accade nel mito, le sirene di Pugno non sono più incontri temibili fatti dall’uomo mentre naviga per mare, ma sono esse stesse a giungere in fin di vita, dal mare alle spiagge:
Le sirene venivano a morire sulle spiagge di Underwater. […] La marea portava a riva i corpi delle sirene ancora vive. Era come se cercassero la morte.
Dal momento del loro arrivo, ha inizio anche il processo di schiavizzazione e sfruttamento, richiamando con una certa evidenza cosa capita talvolta ai migranti che giungono sulle coste in cerca di riposo, approdo, salvezza.
Un’ulteriore figura mitologica a cui Pugno sembra ispirarsi è la Melusina.
La leggenda di Melusina, metà donna e metà serpente, risale all’antichità, ma è dal XII secolo che nelle interpretazioni e traduzioni viene assimilata alla sirena perché alcuni autori le attribuiscono la coda di pesce. Per i medievali era una creatura demoniaca che ricercava l’unione con l’uomo per diventare umana, invece nell’antichità era invece rappresentata come una dea madre, una dea della fecondità. Tale immagine viene ripresa da Pugno, soprattutto nella percezione dei due personaggi femminili umani, Sadako e Ivy:
Per Sadako le sirene erano creature bellissime. Trascorreva ore nella vasca da bagno. Voleva essere una sirena.
Davanti alla sirena prigioniera, Ivy aveva perso le sue inibizioni. Aveva leccato e succhiato ogni centimetro di quel grande corpo. Aveva profanato la dea.
Sadako e Ivy sono due umane che riconoscono alla sirena la sua sacralità in quanto individuo.
Non così Samuel, l’addetto ai controlli delle vasche, che decide di accoppiarsi con Mia, la sirena mezzoalbina, silenziosa protagonista del romanzo di pugno.
Aveva scelto la sirena più simile a una donna, un esemplare di taglia piccola entrato in estro per la prima volta qualche giorno prima, con un muso quasi umano. Era una mezzoalbina, così venivano chiamate le sirene con la pelle bianca con screziature d’argento, e gli occhi, la coda e la palmatura delle mani più azzurri che verdi. Le sirene albine, dagli occhi rossi di coniglio, negli allevamenti venivano uccise alla nascita.
Il romanzo di Pugno mette dunque in scena una riscrittura del mito molto innovativa, ma che dialoga con la tradizione, attraversando i secoli. Questa ricodificazione del mito è realizzata in chiave fantascientifica, cioè assorbe nella narrazione le acquisizioni della scienza e ciò che essa consente o consentirebbe. Per esempio, il verso della sirena è definito ultrasuono, l’estro viene stimolato farmacologicamente e la maturazione sessuale velocizzata con strumenti tecnologici che fanno della sirena un cyborg. Nel corso dei secoli, la rappresentazione figurativa e simbolica della sirena si è trasformata, mantenendo una prerogativa costante, cioè l’essere incarnazione dell’alterità: il suo essere metà umana e metà animale la rende la forma di ibrido per eccellenza, rappresentando la coppia oppositiva primaria dalla quale derivano tutte le altre (natura/artificio, uomo/donna, umano/animale, ecc.), come argomentato da Donna Haraway proprio nel Manifesto Cyborg.
Nel finale, però, c’è un ulteriore ribaltamento. Le sirene sembrano riappropriarsi di alcune delle loro prerogative di età classica: il potere sull’uomo, cioè il potere della natura sull’artificio. Infatti, al di là di ogni previsione, Mia riesce a liberarsi dal gioco umano e ad affermare la propria energia vitale.
La mente di Mia era tabula rasa.
Il finale è aperto, non sappiamo cosa farà Mia nell’oceano, nello spazio aperto e selvaggio, una volta libera(ta) dalla condizione di schiavitù in cui era nata e cresciuta, soprattutto perché porta in sé il frutto della contaminazione con l’uomo: una nuova specie, un ulteriore ibrido, in cui l’elemento naturale è tornato a essere prepotentemente presente.
Bio
Laura Pugno è poeta, saggista, romanziera e traduttrice, nata a Roma nel 1970. Per quanto riguarda la narrativa, ha esordito con una raccolta di racconti, Sleepwalking (Sironi 2002), seguito poi da Sirene (Einaudi, 2007), Quando verrai (minimum fax, 2008), Antartide (minimum fax, 2011), La caccia (Ponte alle Grazie, 2012) La ragazza selvaggia (Marsilio, 2016), La metà di bosco (Marsilio, 2018), Noi senza mondo (Marsilio, 2024). Numerose sono le sue raccolte poetiche. Ne segnaliamo alcune: I nomi (La nave di Teseo, 2023), Noi (Amos 2020, Premio Franco Fortini 2021), Bianco (Nottetempo, 2016), Il colore oro (Le Lettere, 2007). Tra i suoi saggi: In territorio selvaggio (Nottetempo, 2018), Oracolo manuale per poete e poeti con Giulio Mozzi (Sonzogno, 2020), Mappa immaginaria della poesia italiana contemporanea (Il Saggiatore, 2021); l’adattamento della fiaba Melusina, illustrata da Elisa Seitzinger (Hacca, 2022). Pugno fa parte del comitato scientifico del Premio Strega Poesia. Come traduttrice, si è occupata di poesia, romanzi e saggi dall’inglese, francese e spagnolo. La sua traduzione più recente è Il codice d’amore. Antologia dei trovatori provenzali (Ponte alle Grazie, 2022).
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