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La lunga vita di Marianna Ucrìa | Dacia Maraini (Rizzoli, 1990)
Dacia Maraini si ispira alla vicenda umana della principessa Marianna Alliata Valguarnera (1730 – 1794), sua antenata da parte di madre, per il romanzo La lunga vita di Marianna Ucrìa con il quale vince il Premio Campiello nel 1900.
Il romanzo di Maraini, ambientato proprio nella prima metà del Settecento, racconta l’intera vita di una nobildonna palermitana, Marianna, sordomuta fin dalla nascita (o almeno così pare).
Fin dagli albori della letteratura occidentale, le orecchie sono state rappresentate come simbolo di scambio tra mondo esterno e mondo interno. Per questo, l’udito e il suo contrario, la sordità – questa in stretta relazione con il mutismo – sono stati ampiamente e variamente utilizzati dagli autori sia in senso letterale sia in senso metaforico. Maraini si basa su questa disabilità per costruire una protagonista che si colloca al margine, tra i matti, tra coloro che non hanno avuto voce nel capitolo cruciale della propria esistenza.
* Nella conchiglia dell’orecchio, ora silenziosa, conserva qualche brandello di voce familiare. […] Forse aveva anche imparato a parlare. Ma quanti anni aveva? Quattro o cinque? Una bambina ritardata, silenziosa e assorta che tutti avevano la tendenza a dimenticare in qualche angolo per poi ricordarsene d’un tratto e venirla a rimproverare di essersi nascosta. Un giorno, senza una ragione era ammutolita. Il silenzio si era impadronito di lei come una malattia o forse come una vocazione. Non sentire più la voce festosa del signor padre le era sembrato tristissimo. Ma poi ci aveva fatto l’abitudine. Ora prova un senso di allegrezza nel guardarlo parlare senza afferrarne le parole, quasi una maliziosa soddisfazione. «Tu sei nata così, sordomuta», le aveva scritto una volta il padre sul quaderno e lei si era dovuta convincere di essersi inventata quelle voci lontane. Ma non potendo ammettere che il signor padre dolcissimo che l’ama tanto dica delle menzogne, deve darsi della visionaria. (p.16/17) *
Nonostante nel Settecento in Europa la sordità fosse affrontata ormai anche con strumenti scientifici e iniziasse a essere percepita come una condizione migliorabile e non come una condanna inappellabile alla minorità, la protagonista viene sostanzialmente abbandonata a sé stessa e all’iniziativa personale, per quanto concerne il tentativo di comunicare con il mondo. Tuttavia, Marianna ha la “fortuna” di appartenere a una famiglia dell’aristocrazia e quindi di avere accesso a strumenti d’istruzione, seppure da autodidatta, al punto da riuscire in autonomia a superare la totale assenza di supporto alla sua disabilità, grazie alle sole proprie risorse intellettive.
* nel suo silenzio abitato da parole scritte […] gioca meccanicamente con gli oggetti della scrittura: la tavoletta pieghevole, la boccetta d’argento, la penna d’oca dalla punta macchiata di celeste. *
Marianna scrive per farsi intendere dagli altri, ma si tratta di uno scambio comunicativo limitato a chi al tempo era alfabetizzato e dunque a pochissimi. Gli altri, invece, la mitizzano.
* […] Di lei, mutola, i campieri e i gabelloti, hanno una soggezione che rasenta la paura. La considerano una specie di santa una che non appartiene alla razza grandiosa dei signori ma a quella miserabile e in qualche modo sacra degli storpi, dei malati, dei mutilati. Ne hanno pietà ma sono anche irritati dai suoi occhi curiosi e penetranti. E poi non sanno scrivere e lei con i suoi biglietti, le sue penne, le mani macchiate d’inchiostro li mette in uno stato di agitazione insopportabile. *
Marianna sviluppa anche una specie di sesto senso e cioè la capacità di udire i pensieri degli altri nella propria testa. Quest’abilità, simile all’empatia, diventa però sia croce che delizia.
* Ora tocca a lei scrollare la testa per liberarsi di quei pensieri inopportuni, appiccicosi come il succo delle carrube. Le è già successo altre volte di essere raggiunta dal rimuginìo di chi le sta accanto, ma mai così a lungo. Come le succede spesso, afferrato il bandolo di un pensiero Marianna non riesce più ad abbandonarlo, se lo rigira tra le dita tirandolo e annodandolo ai suoi stessi intendimenti. *
In realtà, alla base della sordità di Marianna non c’è una predisposizione genetica, ma un’origine traumatica. Infatti, nel corso della narrazione il lettore viene invaso dal sospetto che sia stato qualcosa di terribile ad aver causato il mutismo di Marianna. Persino i famigliari, omertosi fin all’osso, per convivere con il rimorso, devono produrre una scusa credibile per giustificare a loro stessi l’accaduto. Si inventano così che la bambina – troppo sensibile! – sia rimasta impressionata da un’impiccagione cui ha assistito, e che da lì abbia smesso prima di parlare, e poi abbia dimenticato anche come ascoltare. Solo alla fine del romanzo si scoprirà che in realtà il trauma che ha effettivamente annichilito Marianna era un trauma d’infanzia assai più personale, una violenza inaudita e impronunciabile che la protagonista ha rimosso attraverso il sordomutismo. L’atrocità di questa situazione paradossale è attutita e allo stesso tempo esacerbata dai toni lirici di Maraini, che guida l’orrore di rileggere tutti gli avvenimenti – nascite, amori, matrimoni, morti, – alla luce di questa tragedia rivelata.
Nel corso del Novecento, la narrativa psicanalitica di Svevo ha spianato la strada a una letteratura di indagine introspettiva e psicologica che ha investito la rappresentazione di tutti i personaggi. La sordità in letteratura viene quindi utilizzata, con una consapevolezza assai più solida rispetto al passato, come metafora della condizione di alienazione. In questo caso, Maraini va più in profondità: ne fa il sintomo poetico di un macrotema sociale, quello della violenza di genere tra le mura domestiche.
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Autrice prolifica e poliedrica di ampia fama, Dacia Maraini nasce a Firenze nel 1936. Ha scritto poesie, testi teatrali, saggi, racconti e romanzi. Numerose sono le opere volte a indagare e denunciare la condizione femminile. Segnaliamo qui solo alcuni esempi più rappresentativi di questo ambito di ricerca poetica dell’autrice: L’età del malessere, (Einaudi, 1963); Memorie di una ladra (Bompiani, 1972); Donna in guerra (Einaudi, 1975); Isolina (Mondadori, 1980); La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990, premio Campiello); Bagheria (1993); Voci (Rizzoli, 1994); Dolce per sé (Rizzoli, 1997); il volume di racconti Buio (1999) con cui vince lo Strega; Colomba (Rizzoli, 2004) con cui vince il Premio Flaiano. Nel 2012 è stata insignita del premio Fondazione Campiello alla carriera. Tra le sue opere più recenti vanno segnalate: la biografia Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza (Rizzoli, 2013); i romanzi La bambina e il sognatore (Rizzoli, 2015) e Tre donne (2017). Ha scritto anche fiabe per bambini e bambine. Si ricorda poi il saggio In nome di Ipazia. Riflessioni sul destino femminile (Solferino, 2023) e, infine, il testo autobiografico Vita mia. Giappone, 1943. Memorie di una bambina italiana in un campo di prigionia (Rizzoli, 2023).
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