La guida letteraria A San Pietroburgo con Dostoevskij (2024) a cura di Nina Nocera fa parte della ormai vasta collana Passaggi di dogana, nata nel 2012 dalla casa editrice Giulio Perrone Editore. Inaugurando in effetti un vero e proprio genere letterario autonomo, un reportage di viaggio condotto più o meno scientificamente da autori e autrici che acquisiscono il punto di vista dell’alter ego letterario scelto per girovagare tra le strade di luoghi iconici portando alla luce aspetti poco noti della geografia del posto e del personaggio scelto, oppure per raccontarne in modo inedito quelli già noti al pubblico. Il target è sicuramente costituito da lettori e lettrici interessat* alla cultura e alla letteratura rispettivamente oggetto e strumento della narrazione di ogni volume della collana, così come lo sono io stessa che scrivo, in questo caso affascinata dalla Russia e dal mitico scrittore.
Non è certo la prima volta che Nocera si dedica alla letteratura russa, avendo già pubblicato la sua tesi di laurea proprio sull’autore “delle rovine”, Angeli sigillati: i bambini e la sofferenza nell’opera di F.M. Dostoevskij (Franco Angeli, 2010) e un altro saggio già più narrativo, Metafisica del sottosuolo: biologia della verità fra Sciascia e Dostoevskij (Divergenze, 2020), in cui è evidente quell’approccio comparatistico che vedremo in azione anche nel reportage di viaggio su San Pietroburgo. Tuttavia, questo particolare punto di osservazione – da consapevole e colta turista, che usa il viaggiatore come pretesto per creare una vera e propria opera di autofiction – consente alla scrittrice e saggista di esprimere al meglio l’amore che traspare dalle sue righe per il viaggio intrapreso, sia quello reale geografico sia quello fittizio letterario .
L’autrice contestualizza il proprio viaggio a San Pietroburgo con una metafora letteraria: il racconto Gradiva di W. Jensen. Come il protagonista di quel racconto inseguiva un’ossessione archeologica e d’amore, così l’autrice ha cercato per anni la città petrina attraverso le pagine dei grandi scrittori russi, eleggendo Fëdor Dostoevskij a guida ideale del proprio cammino. Pietroburgo è descritta come la città più astratta ed eccentrica del mondo. L’architettura apparentemente europea della Prospettiva Nevskij nasconde in realtà un profondo senso di Unheimlich (il perturbante) così come inteso da Freud nel famoso e omonimo saggio del 1919. L’autrice passa in rassegna i miti di fondazione della città, nata dal fango e dalle palafitte per una visione dello zarevič Pietro, e il suo doppio letterario: da un lato l’elogio della ragione di poeti come Sumarokov, Lomonosov e Deržavin (la «Nuova Roma»), dall’altro l’antimito escatologico e cupo, popolato dai fantasmi dei martiri morti per edificarla. Viene anche richiamata la fondamentale natura letteraria della città («città-testo» secondo Uspenskij e Toporov), legata a opere eblematiche come Il cavaliere di bronzo di Puškin e Il cappotto di Gogol’.
Nocera affronta la sua ricerca sul campo a San Pietroburgo per mappare i luoghi di Delitto e Castigo, mettendo a confronto i testi dostoevskiani con la mappa dell’ingegnere Burmistrov e supportata dalla sua tutor Elena. In questo modo il viaggio si trasforma in una sovrapposizione tra geografia reale, finzione letteraria e territori emozionali. Di notevole impatto sono per esempio La Casa di Sonja Marmeladova. Idealmente collocata al numero 73 del lungofiume Griboedov (ex canale Ekaterininskij). L’autrice racconta l’incontro fortuito con una residente di nome Masha (Mariuccia), che la conduce attraverso scale buie e claustrofobiche fino a una soffitta che conserva nei minimi dettagli di miseria e squallore la descrizione del bugigattolo della giovane prostituta dostoevskiana.
Anche la sistemazione dell’autrice è evocativa. Alloggiando proprio nei pressi della Sennaja Plošhad (vicino a Moskovskij Prospekt e Sadovaya Ulitsa), l’autrice descrive i suoi locatari, una bizzarra babuška e suo figlio Tosha (che le ricorda il protagonista dell’adolescente dostoevskiano).
Mentre l’autrice si rifugia in una sala da tè (Tapiera tea) sulla Sadovaja, stila un dettagliato elenco topografico delle venti tappe dostoevskiane, diviso in due parti, che unisce la biografia di Dostoevskij alle tappe del protagonista di Delitto e castigo, Raskol’nikov, venti luoghi in cui spiccano punti d’osservazione privilegiati, come ponti e prospettive varie.
Di alto impatto poetico oltre che emozionale è l’esperienza sensoriale descritta da Nocera della «neve fradicia» (snegyrà) di San Pietroburgo, un fango nevoso che si comporta come un fluido instabile, perfetta metafora dell’animo della città e dell’uomo dostoevskiano. Camminando sulla Prospettiva Nevskij, l’autrice evoca invece i passi e i tormenti del protagonista di Memorie dal sottosuolo (in particolare il capitolo «A proposito della neve fradicia»). Ancora, durante una sosta al Beggins cafè, l’autrice viene colpita dalla sindrome di Raynaud a causa del freddo estremo: le sue dita diventano temporaneamente livide e prive di sensibilità, facendola sentire come un personaggio di Bobok (racconto satirico e macabro del 1873 sul dialogo tra morti viventi in un cimitero). Viene analizzato il concetto di «vita vera» (živaja žizn’), un concetto filosofico-letterario circolare che unisce trasversalmente quattro grandi romanzi dostoevskiani attraverso le voci di personaggi diversi: l’impiegato del Sottosuolo, Razumichin (Delitto e Castigo), Šatov (I demonî) e Ivan Karamazov (I fratelli Karamazov). La vita vera rappresenta quel fondo vitale e irrazionale che risiede nelle profondità dell’essere, refrattario alle gabbie logiche e matematiche.
L’itinerario si sposta al numero 10 del vicolo Kuzneckij (oggi Ulitsa Dostoevskogo 2/5), l’appartamento d’angolo in cui Dostoevskij visse con la famiglia e dove scrisse I fratelli Karamazov. L’autrice dialoga con la direttrice del museo, Elena, riflettendo sulla nozione di «casa museo» come terzo spazio ibrido e performativo (richiamando La poetica dello spazio di Gaston Bachelard), attraverso la rievocazione di un proprio incidente singolare avvenuto poco prima nella vicina Cattedrale di Vladimir, dove i suoi capelli avevano preso fuoco a causa di una candela davanti a un’icona. Questo evento introduce le teorie della studiosa Tatjana Kasatkina sulla scrittura dostoevskiana come manifestazione dell’aldilà (icona) nella realtà (quadro). Vengono descritti gli interni dell’appartamento ricreati fedelmente sulla base di una storica fotografia di V. Taube, con l’attaccapanni con il cappello dello scrittore, la camera da letto di Anna, la sala da pranzo e lo studio austero ma ordinato. Nella stanza dei bambini emergono i giocattoli dei figli di Dostoevskij, Fedja e Ljubov’ (Ljuba), il cui ruolo diventa sempre più importante nella narrazione.
Infatti, il viaggio di Nocera/Dostoevskij si conclude focalizzandosi sul memoriale biografico di Ljubov’ Dostoevskaja, intitolato Vita di Dostoevskij narrata da sua figlia. Scritto inizialmente in francese nel 1921 con lo pseudonimo di Aimée (per evitare la censura sovietica che avversava Dostoevskij), il testo della figlia oscilla tra il ricordo infantile nitido e la rielaborazione adulta della memoria familiare. Ljuba ricorda la drammatica agonia del padre (colpito da una fatale emorragia polmonare il 26 gennaio 1881) e il trauma infantile della decomposizione della salma, esorcizzato da un sogno ricorrente in cui il padre era solo sprofondato in un sonno letargico. Viene infine descritto lo studio di Dostoevskij, dominato dalla copia della Madonna Sistina di Raffaello posta sulla parete di fronte alla scrivania. Qui si consumava la quotidianità (byt) e l’esistenza artistica (bytie): la moglie Anna dattilografava meticolosamente di giorno i capitoli che lo scrittore concepiva di notte bevendo tè forte, mentre i bambini potevano irrompere nello studio solo a fine sessione per ricevere in dono dolciumi (fichi secchi, datteri, paste di frutta) nascosti nei cassetti della biblioteca, in un’atmosfera di intesa domestica e amorevole ordine scompaginato dai balli della piccola Ljuba.
Nocera è riuscita in quest’impresa metaletteraria di raccontare il suo autore del cuore e, attraverso di lui, raccontare anche sé stessa o almeno il suo sguardo su una pietra miliare della letteratura russa. E allo stesso tempo abbiamo il ritratto di un luogo controverso come la Russia, alla quale l’autrice ha conferito epicità ma senza mai gravare di inutili carichi la leggerezza calviniana con la quale un viaggio d’amore come questo andrebbe affrontato e raccontato.
Bio
Nina Nocera vive a Palermo e insegna Letteratura italiana e Latino nei licei. Oltre ai due saggi già menzionati, entrambi finalisti al premio Carver, gestisce il blog letterario Bibliovorax, è direttrice editoriale della rivista Augeo. Quaderni di scienze umane (Divergenze) e scrive sulla pagina divulgativa Cultura Italia-Russia.

Lascia un commento