Dalla presentazione di Gianluigi Gherzi
Chiedersi a cosa serve una cosa è una domanda che spesso non mi ha affascinato. Soprattutto, quando si parlava d’arte. Ti dicevi: come serve? Non deve servire proprio a nulla, non deve, motivare altrove la sua utilità. Siamo artisti, non operatori dell’utilità! Poi, spesso, la realtà, ti contraddiceva. Perché, a forza di pensare a un’arte che non serve, sentivi che il tuo cuore diventava più piccolo. Delle volte boccheggiava, annaspava, cercava aria. Ma non sapeva bene, ancora, quell’aria, dove andare a cercarla. […] Serve. A cosa serve? Intanto il tempo, attorno a noi, diventava vuoto e frenetico insieme. Pieno della sensazione, anche quando facevi qualcosa di buono, che comunque non bastasse. Che vivesse per un momento e poi ti scappasse via. […] Nessuna poesia: il mondo, le persone, si presentano, sempre di più, come un grande catalogo delle stanchezze, dei gradi di sfinimento, di rapporto ansioso con gli impegni, con i diktat delle prestazioni che tu sei tenuto a rispettare. Via la poesia. Che la vita attorno si sta inaridendo, perdendo le parole, l’occhio è diventato stanco, non riesce più a riconoscere i colori e le visioni, scorre sullo scenario di un film che sente già definito, già programmato. E quando ripensa ai mesi, ai momenti, alle giornate trascorse, le pensa usando la stessa grammatica d’immagini, la stessa sceneggiatura, di quel film che ha subito, che pensa gli sia stato imposto dall’esterno, ma che, piano piano, gli è entrato dentro, straniando anima e cuore. Diciamo, dico, parole slogan: concentrare, ottimizzare, razionalizzare, poi, nei momenti sfiniti: break, pausa, time out. […] E quando sembra proprio tutto muto chiuso, al contrario, è forte e crudele anche interrogare i pensieri, la natura di quella chiusura, del tuo procedere automatico nei giorni e nelle strade della vita. Sempre più sbarazzina la scrittura, capace, cosa difficile per me, di cominciare a stendersi, a riempire di fiori le carte, senza sapere bene dove voler arrivare. Perché, scopro, il tempo della poesia è tempo che ti richiede abbandono, un respiro altro, uno stupore, una disponibilità ad accogliere l’immagine imprevista, l’aggettivo maleducato, la passione inconfessabile. […] E la poesia serve. Serve di nuovo a portare gli occhi sul mondo, sulla violenza, sulle ingiustizie, sulla guerra, sui cuori fratturati, sulle speranze massacrate, serve a cercare le parole per dire tutto questo senza presunzione, senza giudizio, senza una griglia interpretativa che mortifica la vita. Serve a raccontare anche lo splendore delle lotte, dei sogni, delle rivoluzioni, senza essere né vecchi né nostalgici, raccontare in quanto antichi, alimentati dalle parole dell’antico, che nella storia cercano sempre e solo la traccia che porta alla celebrazione e all’affermazione della vita. […]
Dalla presentazione di Giuseppe Semeraro
[…] Questo libro per me è molto più che un libro, è un dialogo aperto con un altro poeta, con il suo mondo, con le sue domande, con il suo immaginario. Vorrei tanto che questo libro fosse uno specchio in cui ognuno ritrovi le tracce di un gesto pubblico, un rito che riporti la poesia verso l’oralità. La cosa che più mi piace è che questo libro ha una forma strana, difficile da classificare. È un libro di poesie ma a due voci, due voci che non vanno solo parallele ma che dialogano, s’interrogano, s’intrecciano. Un libro che ha quasi la forma di un dialogo filosofico ma che allo stesso tempo sembra un testo teatrale a due voci. La cosa più bella forse è che questo testo alla fine diventa un solo canto, un testo teatrale che tra diversi anni chiunque potrà decidere di portare in scena. Un testo strano che non ha una collocazione convenzionale, un testo che dentro ha delle domande aperte. Queste parole hanno per me un referente chiarissimo, Gigi, un mio amico a cui dico delle cose e attraverso di lui queste parole arrivano a chi ci ascolta. Nel suo essere dialogo, frammento teatrale, voce, rito, la poesia ritrova la forza dell’oralità e in quella possibilità cerca qualcuno da guardare negli occhi.
Avvertenza per il lettore
A cosa serve la poesia. Canti per la vita quotidiana mette in campo un confronto serrato tra due poeti, due voci. Le poesie si sono incontrate, incrociate, montate insieme, inseguendo assonanze e rotture, di temi, di sguardi, cercando la chiave che le facesse reagire una all’altra. Dando vita a un tipo di struttura che ci piace pensare come quella di un dialogo poetico, umano, esistenziale, politico. All’interno di questa pratica di lavoro abbiamo preferito nello scorrere del testo non indicare i titoli e i nomi di chi ha scritto le singole poesie (sarà possibile trovarli, per chi vuole, nella sezione Legenda), ma lasciare spazio al gioco delle voci. Le due voci presenti nel libro, non corrispondono all’identità dei singoli autori, ma alla necessità di fare incontrare e scontrare pensieri. Nella speranza che questo dialogo, questa partita poetica, retta dalla domanda “A cosa serve la poesia”, possa diventare un luogo d’incontro tra noi e tutti i lettori, nella condivisione di quella passione forte che fa rimbalzare insieme vita, visione e poesia.
Da A cosa serve la poesia. Canti per la vita quotidiana (Edizioni Sensibili alle foglie 2016)
Voce 1 Ti prego
non sollevarti mai dal mondo,
non commentarlo troppo,
non applicare al mondo
l’ironia che risparmi a te stesso.
Non sbriciolarlo,
sotto i colpi dell’intelligenza
non ricoprirlo di freddo disincanto,
ama il fondo consumato dei vagoni,
le cartacce che volano per strada,
le foglie trascinate dal vento.
Non irridere ogni canto,
non disprezzare il sussurro,
ama le cadute e gli errori,
e, soprattutto, non ferire gli ingenui,
il cuore ingenuo del mondo,
che non è nato per essere
interpretato, filtrato,
citato, annichilito.
Se pretendi di raccontare l’inesistenza del mondo,
frena subito la tua voce,
che neanche quella esiste.
Non accontentarti dei risolini di complicità
di chi da tempo sa che tutto è morto
e mentre lo dice
non riesce a nascondere la vanità
del fuoco fatuo della sua intelligenza.
Un’intelligenza che non brucia più,
non arde, non si consuma,
né brucia né viene bruciata,
ma, semplicemente, si mette in vetrina.
Voce 2 Ma a cosa serve la poesia?
Voce 1 La poesia serve a incidere silenzi tra le parole.
Voce 2 La poesia serve alla manutenzione della solitudine.
*
Voce 1 La poesia serve a fare cose semplici
mettere in ordine le tempeste
allacciare le scarpe a un bambino
fotografare quello che cade nell’ombra.
Voce 2 La poesia serve a cercare le tracce dimenticate della vita.
Voce 1 La poesia serve la vita al contrario
partendo dalla morte.
Voce 2 Ricorda, i fiori sanno fare i fiori
solo sulle ferite
o sotto un muro
per non farlo sembrare troppo muro
o d’improvviso
il fiore fa il fiore
sulla cima di una cattedrale
e si accontenta dell’acqua delle pietre
pur di godersi meglio il vento.
Stanno bene vicino ai morti, i fiori,
tra le loro dita,
morendo anche loro.
Oppure sul mio tavolo
con i piedi in un bicchiere
a fissare l’ultima luce
a prendersi cura dell’imbrunire.
*
Voce 1 Oggi sono arrivato nella città.
Faceva molto caldo
la sera spingeva fuori dalle case
ma le strade erano deserte,
servivano ad allineare le macchine
nei rettangoli dei parcheggi,
la città sembrava colpita da una strana
maledizione che impone
i viali vuoti
le strade deserte
la paura, la reclusione,
solo qualche luce di kebab
qualche barba sfatta di migrante
qualche uomo solo e sradicato
presidiava la notte,
a me si stringeva il cuore
a pensare alla vita così ridotta
senza amicizia senza ascolto
perché una strada svuotata
è una canzone triste.
Voce 2 A cosa serve la poesia?
Voce 1 La poesia serve a far accadere le parole.
*
Voce 1 A cosa serve la poesia?
La poesia serve a fare da leva
serve a sollevare, a smuovere
non so bene come o cosa…
un masso o una farfalla
una vita o una pagliuzza…
la poesia serve a usare come leva
l’invisibile.
Voce 2 Appena la notte depone la sua pena
restano rumori nello stomaco
e si muove qualcosa dentro
un pugno che non dorme
un silenzio di conchiglia
un mare sotterraneo
l’universo delle viscere
e io sto lì, ascolto,
come delle voci
come se nel mio cuore
ci fosse una piazza
un luna park
un bar sempre aperto
la giostra del sangue
il lavoro della vita
il disordine delle preoccupazioni
il miracolo che domani
mi farà ancora prendere un treno
mi farà bestemmiare appena sveglio
mi farò dire ti amo
e tenere stretta la tua mano
Voce 1 A cosa serve la poesia?
Voce 2 La poesia serve a dimenticare il forno acceso.
Voce 1 La poesia serve come l’insalata.
Voce 2 La poesia serve ad aumentare la gradazione alcolica del
la vita.
Voce 1 La poesia serve a inciampare.
Voce 2 La poesia serve a dimenticare la suocera dal dentista.
Voce 1 La poesia serve a perdere la testa, a fare tardi.
Voce 2 La poesia serve ad apparecchiare la tavola.
*
Gianluigi Gherzi vive a Milano. Si occupa di teatro e di scrittura. Ha firmato testi e regie per alcuni dei più importanti gruppi di teatro di ricerca italiani. È tra i fondatori, a Milano, del progetto teatrale “Teatro degli Incontri”. Per queste edizioni ha pubblicato Tuani (2004), Pacha della strada (2008), Atlante della città fragile (2013).
Giuseppe Semeraro è attore, regista e poeta. Ha lavorato come attore con Il teatro della Valdoca, con Danio Manfredini e con Alessandro Serra. Nel 2007 è tra i fondatori della compagnia Principio Attivo Teatro scrivendo numerosi e premiati spettacoli. Nel 2015 realizza lo spettacolo Digiunando davanti al mare, ispirato alla figura di Danilo Dolci. È autore di diversi libri di poesie tra cui, Cantica del Lupo (Besa, 2014), Due parole in croce (Il Raggio Verde, 2015), A cosa serve la poesia. Canti per la vita quotidiana (Sensibili alle foglie, 2016), da cui è tratto lo spettacolo con Gianluigi Gherzi. Nel 2019 ha pubblicato per Musicaos Edizioni, La manutenzione della solitudine. I suoi testi e le sue poesie sono parte fondamentale del suo lavoro attoriale in reading spettacoli ed eventi dedicati alla parola detta.

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