Ali d’inchiostro | loro che non dormono

Loro che non dormono di Dolores Redondo. Rizzoli, 2026.

Con Loro che non dormono, Dolores Redondo torna nella sua Navarra, un territorio che nei suoi romanzi smette di essere semplice sfondo per trasformarsi in un organismo vivo, capace di custodire segreti, alimentare superstizioni e influenzare il destino dei suoi abitanti.

La protagonista, Nash Elizondo, psicologa forense, prende parte a una spedizione nella voragine di Legarrea con l’obiettivo di documentare le origini di un antico mito popolare legato alla stregoneria. Le leggende locali raccontano che quell’abisso custodisca il corpo di una strega, simbolo di una memoria collettiva mai del tutto sopita. Ma ciò che Nash e la sua squadra riportano alla luce è ben diverso: i resti di Andrea Dancur, una ragazza di diciotto anni scomparsa anni prima.

Il ritrovamento riapre un caso che sembrava definitivamente chiuso. Per l’omicidio della giovane era stata infatti condannata la compagna della madre, ritenuta colpevole di aver agito per gelosia. Tuttavia, il riaffiorare del corpo mette in discussione molte delle certezze costruite dall’indagine e costringe Nash a scavare, non solo nel terreno della voragine, ma soprattutto nelle profondità delle relazioni familiari, dove rancori, omissioni e sensi di colpa hanno sedimentato verità difficili da riportare alla luce. Nash Elizondo è una protagonista lontana dagli stereotipi dell’investigatore infallibile. Il suo punto di forza non risiede nell’intuizione improvvisa o nell’azione spettacolare, bensì nella capacità di osservare, ascoltare e interpretare ciò che gli altri trascurano. Convinta che ogni scena del crimine conservi una memoria e che siano spesso i silenzi – più delle parole – a raccontare la verità, affronta l’indagine con un approccio profondamente psicologico, restituendo grande credibilità al personaggio. Uno dei temi portanti del romanzo è proprio il silenzio. Non quello che protegge o consola, ma quello imposto dalla paura, dalla vergogna e dalle convenzioni sociali. Redondo descrive una Navarra rurale dove il peso della comunità è ancora fortissimo e dove il confine tra superstizione e realtà rimane volutamente sfumato. Le antiche credenze non sono semplici elementi folkloristici inseriti per creare atmosfera, ma rappresentano il linguaggio attraverso cui una comunità interpreta il dolore, la colpa e l’ignoto. L’ambientazione costituisce uno degli elementi più riusciti del romanzo. Boschi umidi e silenziosi, gole profonde, villaggi isolati e montagne che sembrano osservare ogni movimento diventano parte integrante della narrazione. La natura non è mai neutrale: partecipa agli eventi, li accompagna e contribuisce a creare un costante senso di inquietudine. A rafforzare questa sensazione contribuisce la scelta temporale. La vicenda si svolge nel marzo del 2020, quando anche la Spagna inizia a confrontarsi con l’emergenza sanitaria legata al Covid-19. L’arrivo della pandemia resta sullo sfondo, senza mai prendere il sopravvento sulla trama investigativa, ma accresce il senso di isolamento e precarietà che accompagna ogni pagina. Come nei suoi romanzi migliori, Dolores Redondo intreccia abilmente thriller, introspezione psicologica e suggestioni mitologiche.

L’indagine procede su due binari paralleli: da un lato la ricerca dell’assassino, dall’altro l’esplorazione delle dinamiche familiari e delle ferite che si tramandano di generazione in generazione. È proprio questa attenzione ai personaggi, alle loro fragilità e ai loro conflitti interiori a distinguere la scrittura dell’autrice da quella di molti altri autori del genere. Lo stile di Redondo si conferma elegante e fortemente evocativo. Le descrizioni sono ricche senza risultare ridondanti, i dialoghi sono credibili e l’atmosfera rimane costantemente sospesa tra realismo e suggestione, lasciando sempre aperta la possibilità che il mito continui a convivere con la realtà.

Se si vuole individuare un limite, questo risiede nell’eccessiva attenzione dedicata ad alcune dinamiche familiari. Sebbene contribuiscano a definire il profilo psicologico dei personaggi, in diversi passaggi finiscono per rallentare il ritmo dell’indagine e disperdere la tensione narrativa costruita con tanta efficacia. Un maggiore equilibrio tra approfondimento emotivo e sviluppo del mistero avrebbe reso il romanzo ancora più incisivo.

In sostanza, Loro che non dormono conferma il talento di Dolores Redondo nel costruire thriller che vanno oltre la semplice ricerca del colpevole.

È un romanzo che parla di memoria, di colpa, di violenza domestica, di superstizione e del peso che il passato continua a esercitare sul presente.

Un’indagine che scava nella terra, ma soprattutto nell’animo umano, ricordandoci che le verità più oscure non sempre riposano negli abissi della natura, molto più spesso si nascondono all’interno delle famiglie.

L’autrice / Dolores Redondo è nata a San Sebastián nel 1969. Dopo avere scritto racconti e narrativa per l’infanzia, ha pubblicato il suo primo romanzo Los privilegios del ángel nel 2009, ma è grazie alla Trilogia del Baztán, tradotta in quindici lingue e ispirata a un delitto avvenuto realmente a Lesaka nel 1981, che ha raggiunto il successo vendendo in Spagna 1.300.000 copie. Nel 2016 ha vinto il Premio Planeta e nel 2018 il 66º Premio Bancarella col romanzo Tutto questo ti darò. Il guardiano invisibile è stato portato sullo schermo dal produttore tedesco Peter Nadermann, già responsabile della Trilogia Millennium. Da Inciso nelle ossa (Legado en los huesos) è stato realizzato il film omonimo del 2019 diretto da Fernando González Molina, secondo film della Trilogia del Baztán, seguito nel 2020 da Offerta alla tormenta a completamento della versione cinematografica della trilogia. Loro che non dormono (Rizzoli, 2026) è il suo ultimo thriller psicologico.

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