Con lamantica edizioni, la nuova silloge del poeta Giovanni Peli

«Certo vorrei avere un’idea importante / per raccontare il fuoco dentro me». Così, più di trent’anni fa, un conterraneo di Giovanni Peli – Omar Pedrini, anima della storica band dei Timoria – cantava la sua crisi d’ispirazione. Così, con altre parole, magari, con altre immagini, ma ancora e comunque paralizzato nel senso, pensava forse di sé anche il nostro, prima che la musa tornasse a visitarlo con il magnifico bouquet di versi che compone questo lavoro. Che dire infatti del ritorno alla poesia di un artista che vi aveva giusto due anni prima clamorosamente dato l’addio?
Che dalla poesia, se e quando è vocazione, non si va via né si torna a piacimento: è lei, in quanto voce di Dio, che fa.
Perché una musa, un daimon, c’è, una vocazione c’è, una chiamata a inoltrarsi in una foresta di parole e visioni per obbedirvi e darvi forma, per darvi forma obbedendovi, c’è – e poco importa se i razionalisti del minimale dicono di no e ridono di noi. Un daimon c’è e precede qualunque arte scrittoria: per questo, per un chiamato, una crisi di vocazione coincide con una crisi d’identità, atterrisce – come atterrisce il salmista, quando Dio per un istante sembra nascondersi, e in quel nascondimento portare via con sé il dono della bellezza: «Nel tuo volere Signore desti forza alla mia bellezza / ma quando hai nascosto il tuo volto sono stato turbato». La felicità di scrittura che questo lavoro mostra è quella di una sorgente che torna a sgorgare, come nell’Eliot di The Waste Land, «then spoke the thunder»: è vita che rinasce, terra che rifiorisce – e non in un quadro di decoro idealista, ma nella contemplazione di una vita che, ostinata e desiderante, continua a vivere nel male e nonostante il male. Una vita che è proteiforme, che si fa sempre altra forma viva, ma che si incarna anzitutto nel «figlio», in quello sguardo nuovo e bambino che nella sua novità («Otto anni / di ciò che prima non c’era») fa nuove tutte le cose. È ancora il salmista a mostrarci con chiare immagini che cosa significhi, questo essere nuovi a se stessi nello sguardo continuato di chi creandoti ti possiede, di chi – amandoti – ti possiede più di quanto tu non ti possegga: «Non ti erano nascoste le mie ossa, tu le hai fatte nel segreto, / mi hai tessuto nelle profondità della terra. // Ancora senza forma mi hanno visto i tuoi occhi / e tutto era scritto nel tuo libro; / i miei giorni fissati / quando ancora non ce n’era uno».
È la grazia e la condanna della poesia, la stessa grazia e la stessa condanna della vita: un prima che ci attende e noi che attendiamo l’attesa.
Al poeta, al chiamato, la decisione se obbedire, cioè ascoltare (ob audere), o se invece soverchiare la voce dell’essere con la propria presunzione – fosse anche una presunzione di umiltà. Quale decisione abbia preso Peli, una volta ancora, sembra abbastanza chiaro.
Daniele Gigli
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Una selezione di testi per voi:
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Potrei chiamare i nostri incontri
segreti di ogni minuto
anatexi,
ancora incandescenti
la parte fusa cola nell’altra
ora miti, ora feroci
diversi da quelli che siamo.
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Amore, non ci sono correzioni
questi colori diffondono gioia
ardore
al sole si aprono cotiledoni
teneri come la voglia eccessiva
della nostra trasformazione
in un’altra forma viva.
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Le piccole ruote del monopattino
le solite frasi
interrotte, suoni
sillabando per dire il mondo
nessuno
aleggiando il primo polline
i no colorati di pesca
chiude in un abisso o ferita.
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Filo di falasco
fumo di guerra
terra troppo docile
di questi neri anni
Giovanni, uno dei tanti
cosa spera di cambiare
niente,
la gente farsi mite
un giorno che il cielo è lontano.
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Nel vuoto,
più tardi
essere fiamma
ma non torno e non mi salvo,
mai solo
lui mi tiene la mano
tra le piccole dita
mi muta in amuleto d’ametista
che carezza la tenera cute.
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Il bianco seno di leonessa
ascendi le galassie,
siedi ammirando
il mondo compromesso
è lo stesso pianeta dei pensieri
della laterite dei termitai
dell’aria sgretolata
ad ogni morte?
Morbida voli altrove
nelle ferite del cosmo.
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Giovanni Peli (Brescia, 1978) è scrittore, musicista e bibliotecario. Tra le sue numerose opere ricordiamo il romanzo breve distopico Veranio, il disco Stadio successivo e la raccolta di poesie Incontro al tuono vicino. È autore di testi per musica e per bambini. Ha fondato Lamantica Edizioni con la traduttrice Federica Cremaschi.

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