
- Ispirata da: Serena Vinci, La Cina (è donna) nel Settecento – Mimesis, 2026
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Se mi dite “donne cinesi del Settecento”, mi salta in mente lei: l’arrembante Zheng Yi Sao (Ching Shih) dei mari orientali, la Regina della pirateria. Una tipa davvero tosta.
Questa incredibile personaggia (*) visse un centinaio di anni dopo l’età d’oro della pirateria (che terminò nel 1720 e trovò il suo centro infuocato nei Caraibi).
Ma cosa c’entra lei? – mi domanderete voi.
Io penso subito a Zheng Yi Sao perché, oltre alle più note (in Europa) piratesse caraibiche – prime su tutte Anne Bonnie e Mary Read – la nostra Zeng Yi Sao successe al defunto marito come comandante unica di una gigantesca flotta pirata che infestò il Mar della Cina per decenni.

La vedova ampliò la flotta ereditata, portandola a contare addirittura ottocento e più navi con circa settantamila uomini al suo servizio. D’accordo, avete ragione: la signora imperversò cavalcando cavalloni quasi un secolo dopo le donne immaginate, a tratti ideali e a tratti reali, delle quali ci racconta Serena Vinci nel suo interessante saggio. Zheng Yi Sao nacque nel Settecento cinese e si fece valere nei primi anni dell’Ottocento, svettando luminosa in un mondo patriarcale, “indossando”, rappresentando con tutta se stessa quel che potremmo dire Animus e brandendo le armi, comportandosi come una perfetta figura queer.
La prerogativa: attaccare mercantili che trasportavano tessuti pregiati, spezie e porcellane sulla rotta per la Malesia. Tra le sue prede c’erano anche navi straniere, naturalmente. I marinai venivano imprigionati con l’idea di chiedere un corposo riscatto. Il controllo delle acque da parte di Zheng Yi Sao era così ben organizzato che i capitani sottomessi erano obbligati a farsi proteggere da lei pagando una somma ogni anno. Un bel sistema… Questo lasciapassare garantiva loro l’immunità degli attacchi della flotta pirata.
E le donne catturate da Zheng Yi Sao? Signore e signorine potevano stare tranquille, tutto sommato. La regina dei filibustieri le avrebbe tutelate, non permettendo a nessun membro della ciurma, a nessun balordo della flotta, di alzare un dito. Zero molestie, pena la morte. Alla fine di una lunga carriera come piratessa, davanti al disgregarsi della confederazione da lei guidata, Zheng Yi Sao decise di recarsi a Canton con l’intento di negoziare il perdono da parte del governatore. Nel 1810 sposò l’amato Chang Pao e si diede allegramente al contrabbando fino alla morte (1844). Zheng Yi Sao è considerata la più grande piratessa tra i pirati, uomini e donne, di tutti i tempi.
Di Zheng Yi Sao ho scritto in questo saggio/antologia: Come diventare un pirata – Link di Golem Edizioni: https://www.golemedizioni.it/prodotto/come-diventare-un-pirata/
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E quindi? E dunque?
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Nel suo bel saggio sulle figure femminili immaginate dagli scrittori italiani del Settecento, Serena Vinci coglie sussurri animici e sguardi che si interrogano, più o meno consapevolmente, sulle tematiche di genere dell’epoca. L’ideale esotico non è soltanto tendenza estetica nella cultura – letteraria e teatrale. La Cina diventa suggestione per un cambiamento di prospettiva nella psiche collettiva: siamo ormai lontani dal Dolce Stil Novo con le sue donne angelicate. La conquista cosciente di una prospettiva immaginativa dell’Anima come “eterno femminino” è senz’altro un percorso di formazione che annusa già i prodromi del futuro. Questo è il fil rouge che colgo tra le righe del libro.
Serena Vinci è assegnista di ricerca dell’Università di Modena e Reggio Emilia. I suoi interessi vertono sulla prosa letteraria in una prospettiva transculturale e di genere. È già autrice di Ragazze selvagge. Funzioni narrative ed evoluzione della selvatichezza (Mimesis, 2024). Nel saggio che sto esplorando, l’autrice non ci parla tanto di donne selvatiche ma di creazioni dell’immaginario che, da Marco Polo in poi, sulla Cina ha costruito un contesto dalle sfumature mitiche, un nuovo mondo che ha subito variazioni nel corso dei secoli contribuendo all’evoluzione della cultura europea stessa. Quali stereotipi persistono nel tempo e coinvolgono la rappresentazione della figura femminile?
Che cosa c’entra una piratessa reale, la Zheng Yi Sao da me rievocata, con le fanciulle che nascono come sorelline di Atena dalla testa degli scrittori italiani del diciottesimo secolo? Quante signorine passeggiano con i piedi costretti dalle bende sulle pareti della Palazzina di Caccia di Stupinigi e nelle dimore dei Savoia che noi torinesi visitiamo sempre con piacere? Quante donne cinesi transitano da un vaso all’altro sopra tavoli di legno laccato nei saloni illuminati dei musei italiani? Cineserie di stile che pervadono l’Europa come manufatti e come parole, incarnandosi nelle icone del caso, come la bella e feroce e ispiratrice Turandot di Carlo Gozzi (1762).
La “dark lady” Turandot, figlia del Gran Khan Altoum, rifiutando di sposarsi, sottopone i propri pretendenti a una ben crudele sfida. Per ottenere la sua mano, gli audaci signori dovranno risolvere tre enigmi posti loro da otto saggi. Se falliranno, perderanno la testa, la quale verrà esposta sulle mura della città, che infatti sono ornate di teschi. Il principe spodestato di Astrakan, Calaf, avrà il suo bel da fare per proclamarsi vincitore (del cuore di lei).
Vinci propone ai lettori e alle lettrici contemporanei anche figure meno note, come, ad esempio, La cinese in Europa, ossia storia di una principessa cinese del nostro secolo scritta da lei medesima, e pubblicata dall’abate Pietro Chiari (1779).
Tante figure magnetiche, effettivamente personagge – (*come scrive l’autrice stessa) al limite del queer.
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Ho assistito la presentazione del libro di Vinci alla Belleville di Torino, evento durante il quale l’autrice ha illustrato una ricerca che si è addentrata nella mente degli scrittori di un’epoca lontana, attraverso figure femminili che prendono vita, una vita a sé, nella proiezione dei contenuti ideali degli uomini.
Donne d’anima in un mondo in perenne cambiamento.
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Cina. Chissà che meraviglia, nel Settecento! La cura dei dettagli. Le sete e i ricami. Una proiezione ideale? La Cina di oggi: mega-produzione accelerata. Violenza quotidiana verso gli animali: non anime, bensì oggetti. Inquinamento delle città, della terra, dell’aria. Espansione globale. Il cognome di mia mamma, Mian, deriva dal cinese e significa “cotone”, “bianco”, “luna” o “volto”, a seconda di quello che i cinesi stessi mi dicono quando chiedo a qualcuno di loro di tradurre questo termine. La Cina mi scorre nel sangue come incontro tra il mio Io e qualcosa che definisco Altro.
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Negli scritti riportati da Vinci trovo travestimenti: inganni orditi e desiderio come manifestazione del femminile nel melodramma. «Un’arma a doppio taglio», scrive l’autrice citando la critica accademica di orientamento femminista che ha interpretato la centralità della donna nel melodramma e ha descritto l’opera lirica come un estenuante litania di morti di donne eccezionali, nella densità delle dinamiche intrecciate di sadismo e misoginia che celebrano personagge eccentriche per poi godere della loro morte. Una fine tragica e spesso cruente come risultato della sfida all’ordine patriarcale.
«Nell’opera buffa», scrive l’autrice, «la donna viene premiata anche se “solo” con un matrimonio economicamente vantaggioso».
Ripenso a Zheng Yi Sao, lei che “portava i pantaloni” in un mondo patriarcale e con la sua forza ha saputo dominare davvero.
Il cuore dello studio di Serena Vinci è la rappresentazione della figura femminile all’interno del mito della Cina nella letteratura italiana, quindi è senz’altro contestualizzato, ma è interessante vedere non solo le pressioni esercitate dal genere letterario di appartenenza e dal tempo-spazio italiano: osserviamo, nel testo, come nasce, cresce e si differenzia l’idea dell’Anima come archetipo del collettivo. In ogni caso, queste proiezioni ideali ed esotiche sono servite, come spiega l’autrice, a contribuire all’evoluzione della cultura europea.
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Come vivevano le donne davvero in Cina nel settecento?
Un articolo da leggere: * https://www.worldhistory.org/trans/it/2-1136/donne-nellantica-cina/ *
Qui sta la differenza tra la realtà storica e la realtà della psiche, perché l’Anima, la compagna femminile nella mente degli uomini, appare come voce straniera, portatrice di stimoli esotici; riporta la voce dell’alterità. E allora, forse, questo tipo di fantasia nata nella mente degli uomini scrittori all’interno di una certa letteratura, in un determinato periodo storico, comincia ad accogliere l’altrove, il diverso, il sogno orientale come come desiderio, suggestione di rinnovamento nella messa in scena di commedie e narrazioni. Scrivere, si sa, è anche un modo per creare la cultura psichica non soltanto letteraria. Nella ricerca di Serena Vinci l’approfondimento è preciso: la ricercatrice si interroga su ciò che accade nel corso dei secoli, esplora le interazioni tra società, mondo intellettuale ed editoria.
Buona lettura!
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