Elisa Audino | Necrologia di una chat

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Elisa Audino / Necrologia di una chat / Eretica Edizioni

Ci incontriamo per caso o per sincronicità {per sistema di nessi a-causali} al Salone del Libro di Torino. Il caso diventa occasione per riflettere sulla “distinzione tra il tollerabile e il non accettabile” (La sindrome dell’occhio secco, pag. 11) nella scrittura – nel proprio modus scribendi. Ritmi, modalità operative, un momento per sollevare domande e lasciarle aleggiare come pulviscolo prima che barlumi di coscienza si disperdano nella pollution acoustique dell’edificio industriale che ospita migliaia di visitatori e infiniti volumi. Cosa avranno mai a che fare le migliaia di visitatori e i libri che non si contano? L’impressione che il desiderio di leggere sia molto più diffuso della possibilità reale di leggere. Vorrei ma non posso, vorrei ma non ho tempo, questo sembrano dire le migliaia di visitatori di cui sopra. Capita dunque di condividere parole mentre si sta sedute alla bell’e meglio su poltrone di plastica, capita di barattare libri. Ora, Necrologia di una chat è nelle mie mani. Guardo e trovo il mio set di oracoli poetici.

Pagina 18, Neanche il tempo per ripararmi

[…]

Era come credere, in fondo.

Come avere fede.

Elisa Audino dice il tempo in ogni forma: quello degli amanti non è il tempo del dolore annunciato, del dolore protratto nel corpo del padre, non è il tempo morto e risorto, eppure sa protrarsi, appassionato, quando sembra potersi […] piegare / al piacere / tornerà / tornerò / appuntamenti futuri / che addolcivano le notti [abbracciarsi ancora] / la possibilità di agire sulla realtà / delle cose.

Il tempo Crono, lanterna dell’Eremita arcano, clessidra del vecchio alato può essere gestito dall’Innamorato?

Era come credere, in fondo.

Come avere fede.

*

Pagina 22, Vizio d’origine

Dove si parla di un’ingiustizia di fondo che chissà da dove viene e se ha o no (non ha) a che fare con noi, e di colpe individuali / colpe collettive

colpa

colpa

colpa

non salvaguardare il prossimo / tuo come te stesso / avere scarsa coscienza / del futuro del passato della fine […]

*

Tra le pagine della silloge ricorre il tempo e si rincorre uroborico a pagina 24:

del nostro futuro

per il nostro futuro

si parlava poco

si lottava poco.

*

Il tempo è degli affetti, delle generazioni che passano, i padri e i figli – le figlie, il ricorso nel rincorrere. Il non dimenticare. Memorie e tempo che scorre tra le dita delle Parche. Trovo:

UCCIDILO PRESTO

A giudicare da dietro

il più giovane che sostiene il più vecchio

le parole con fermo del comune passato

è una mano che preferisce la spalla

al consueto bacio di congedo

sembra prevalere l’affetto

la cura paziente di un figlio

«Ci vediamo domani»

«Ti accompagno al cancello»

Ma è quella uscita solitaria

a separare gli sguardi

il braccio di chi resta

dalla velocità di chi scappa

*

Trovo tempo nei versi, ancora tempo: ieri, oggi, padrifigliefiglidellefiglie, strade da percorrere a partire dal DNA per un futuro che non si sa, con la morte che è un po’ come dormire e svegliarsi al mattino (pag. 30)

con le mani incrociate sul petto.

Trovo spunti di riflessione, spine spine spine, perle in una collana da ricercare come una mappa dentro le pagine. Scelgo un ultimo testo, invitando all’acquisto del libro per ricercare il proprio filo rosso. Dentro.

NON DAVANTI A NOI

e quindi Mentre aspettiamo

sperando

che arrivi presto il tuo funerale

ogni sera

prima dell’ossigeno

ti chiediamo di non morire.

*

Trovo, io figlia, a un anno di distanza dalla morte di mio padre, i versi di un’altra figlia il cui padre è stato malato per quasi metà della sua vita. Scrive la stessa Audino nella postfazione:

«Un tempo incredibilmente lungo, a maggior ragione se si considera il declino cognitivo immediato e quanto la malattia abbia invalidato la sua capacità di interagire con il mondo. La demenza vascolare precoce nel suo caso si è andata a innestare su un sistema nervoso già fragile, su un fisico e una personalità molto forti. Vent’anni di malattia sono stati troppi». Nemmeno lui, il padre, li avrebbe voluti. «Avrebbe scelto la morte, se avesse potuto scegliere. Per i primi due anni i medici, confusi forse dalla sua giovane età, hanno fatto un gran casino. Hanno guardato solo i sintomi curandolo come un paziente psichiatrico, con tutto ciò che ne consegue.» E ancora, deliri e la allucinazioni. «Gli psicofarmaci (droghe!)» E ancora: «ci abbiamo messo un anno per capire che quando passava le giornate spaventato, a farneticare camminando sulla stessa piastrella senza potersi mai fermare, nella sua testa stava partecipando a un gioco a quiz nel quale doveva sempre raddoppiare l’ultimo numero, e più diventava grande, più lui faticava a tenerlo a mente, allora avrebbe perso e noi saremmo morti.»

*

Trovo il tempo di Elisa Audino, il cucire le parole come un’unica Moira, triplice in sé. Aspettando Atropo, continuare ad amare Cloto e Lachesi, perché se una è scrittrice è anche un po’ tessitrice, ricamatrice, abile nell’arte della cucitura e del rammendo, così come si diceva quel giorno al Salone del Libro.

Elisa Audino, cuneese, ha un lavoro ordinario e una laurea in Comunicazione Interculturale. Ha pubblicato le raccolte poetiche Io qui ci vivo e Esodo (Gattomerlino), il romanzo Orata in offerta (Capponi), tradotto Non dire che non è il tuo paese, di Nnamdi Oguike (Capponi) e curato L’incendio di Paesana (Fusta). Collabora con la rivista culturale NiedernGasse. Condivide la direzione artistica della rassegna culturale Granda In Rivolta. Vive in montagna per scelta e fugge in città per necessità.

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