Giuseppe Iozzia | poetica di una gioia lieve

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Poesie scelte, scorci di fiaba, sogno e leggenda, rivoluzione, storia che muta nello sguardo del poeta. L’anima conduce il gioco di Giuseppe Iozzia nella poetica della gioia lieve che ammira la vita e ne coglie l’essenza, accogliendo il tempo come transito tra la nascita, la fine e… chissà... magari rinascere tra le braccia tornite di una sirena dai seni di magnolia.

Per la rubrica “Penne e piume” ho scelto due testi inediti.

El crepúsculo se derrama desde el cielo de Cuba


De La Habana a Santiago.
Seguimos del Che los pasos intangibles,
huellas tangibles en la memoria y en el polvo.
El crepúsculo se derrama desde el cielo de Cuba.
El viento se queda quieto – un aliento en apnea.
La noche se acerca rápida – humedad 95%.
Falanges de cangrejos en la Carretera Central
reflejan les luces led de la farola
desde el gris del asfalto.
De repente, patinan en derrapes
las dos ruedas de la “Poderosa”
en las carapazes aplastadas
Y somos tres huellas oscuras en la tierra morena:
la motocicleta, que sigue refunfuñando
inconsciente de estar inmóvil;
yo, que estoy muerto y vivo,
hasta que Schrödinger me encuentre;
tú, que cavas dos fosas con tus uñas rojas.
Desde lejos, mirando
el resplandor de las estrellas,
me llega el murmullo del Océano;
tal vez una canción de una mamá africana,
o una oración de un amante a Yemayá.
Estoy muerto? Duermo? Sueño?
Quién sabe!


Il crepuscolo si riversa dal cielo di Cuba


Dall’Avana a Santiago.
Ricalchiamo del Che i passi intangibili,
orme tangibili nella memoria e nella polvere.
Il crepuscolo si riversa dal cielo di Cuba.
Il vento giace quieto – un fiato in apnea.
S’appressa la notte – umidità 95%.
Falangi di granchi sulla Carretera Central
riflettono le luci a led del fanale
dal grigio dell’asfalto.
All’improvviso pattinano in derapata
le due ruote della “Poderosa”
sui carapaci spiaccicati.
E siamo tre orme scure sulla terra bruna:
la moto, che continua a borbottare,
inconsapevole d’essere immobile;
io, che sono morto e vivo,
fino a che Schrödinger non mi trova;
tu, che scavi due fosse con le unghie rosse.
Da lontano, guardando
lo splendore delle stelle, mi
giunge il mormorio dell’Oceano;
forse la nenia d’una mamma africana, o
la preghiera d’un’amante a Yemayá.
Sono morto? Dormo? Sogno?

Chissà!

*

Idotea

Era un vespro d’ottobre, e
nella grotta delle alghe, leggevo a voce alta
i carmi di Catullo, col sound dell’eco di risacca.


Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.


Solo ero con i miei inconfessati sogni adolescenti.
Un murmullo, come di chi canta sott’acqua,
m’avvolse e l’anima e il senno.


Quieto uno sciabordio
dal profondo blu m’attrasse, e
mi tuffai senza domandarmi che fosse.


Lunghi avea i capelli e bruni, e
rosa le labbra, e malizioso il sorriso, e
bianche magnolie i seni, e sinuoso il collo, e


forti le spalle e le braccia, e morbidi il ventre e i fianchi, e
…sperlucente la lunga coda bífida – Minchia, ‘na Sirena!
Persi il tempo e il senso, e così dolce mi fu l’inabissarmi.


Ondeggiava lenta e lieve, in cerchi a me concentrici, e io mi perdevo
nei suoi occhi d’autunno e nel suo canto in sirenese, e
capivo ogni cosa del suo e del mio mondo.


Era di nuovo (o ancora?) il vespro, quando tornai alla vita.
Adagiato stavo su uno scoglio liscio, Catullo accanto, all’asciutto, e
la strana sensazione d’aver vissuto, e visto, molte vite per millanta anni.


Tornai spesso alla grotta delle alghe ad aspettarla, e
chiedevo al mare sue notizie, e la risacca di marea mi raccontava
d’Idotea, e del suo cantare in sirenese, ad ogni vespro, “da mi basia mille”.

E poi partii, e molto viaggiai; e ad ogni ritorno, ritornai alla grotta (semmai ne partii). Or ch’approssima la stagione ultima, con le mie inconfessate voglie senescenti, ancor cerco in me e in molte grotte e in molti vespri, l’Idotea del Colapesce che giammai fui.

*

Giuseppe Iozzia, nasce a Scicli (Sicilia). Si trasferisce a Torino alla fine degli anni ’60, città nella quale tutt’ora risiede. Coltiva da sempre la lettura, seguendo i propri interessi. Scrive sin dall’adolescenza, spesso per protesta sociale. Gli piace pensarsi un cuntacunti. Dopo la pensione, intensifica la frequentazione di ambienti culturali che lo portano a ritrovarsi curioso spettatore, e
qualche volta attore, in eventi artistici e letterari.
Preferisce la poesia “a voce alta” da “strada” a quella “sussurrata” ed esposta nei !salotti”; non ama i concorsi, i premi e le competizioni in genere.
Ha all’attivo un’unica pubblicazione (concessione alla vanità senile), edita in pochi esemplari, in collaborazione con l’artista torinese Luisa Andriano: Dal Mare uno Scoglio.
Scrive in un Siciliano dei Monti Iblei, che considera la sua lingua madre (adattando il segno al suono), in Italiano (imparato faticosamente a scuola) e qualche volta in Spagnolo (da autodidatta) solo per il piacere di usare la lingua di Borges, Martí e Lorca.

Ph. Ramona Paraiala.

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