Dalla presentazione della casa editrice
Nella nuova fatica letteraria di Valeria Rossella convivono umori e dinamiche diverse: infatti, se da un lato una meccanica dell’anima restituisce un dettato carnale giocato su piani e spazi simmetrici e dinamici che subiscono variazioni su tema con cadenza sincopata ed elettrica, dall’altro le armoniche di un plasmare versi densi e metafisici rendono il cantato non solo “umorale” ma anche e soprattutto primordiale. Si passa così, tra le varie sezioni, da madrigali dedicati ad arie densamente solenni e disincantate, senza però perdere quel dono incantatorio e profetico tipico dell’autrice piemontese, che sottende a un sostrato emozionale volto a intendere che l’amore (quello perduto, riacquisito, bramato e donato più volte) altro non sia che il segreto, o meglio detto il mistero, di tutta la vicenda umana. Ed è perciò forse nel titolo di quest’opera l’atto di fede più potente: la promessa che nell’abisso si celi l’afflato più vero e grande che è insito nella vera natura di ogni essere che abbia contezza del ciclo eterno dell’esistere.
Da Oltre il buio e il tremore (Marco Saya Edizioni 2026)
Camminando a ritroso nel sonno
continuo ad incontrarli, dove
la corsa notturna li ha lasciati
a una fermata sopra il vento,
sopra le foglie cupe. Faccio quel passo ed entro,
entro due volte nello stesso fiume
– nastro di Moebius letto sconsacrato –
noto le piccole teste biancheggianti fra le onde, la testa
calva del professore di filosofia
la vita è un pendolo l’anima un cocchio alato
che vidi accasciarsi sulla cattedra mostrando
i doni irrecusabili che il tempo ci destina
il cielo stellato non è sopra di noi è sotto i nostri piedi
i piedi della ragazza coi libri sottobraccio che correva
passandomi accanto scheggia e spina, lei
con quella fretta indecorosa di sparire
nel sottopasso e ora sono
nel punto esatto del fiume dove li ho lasciati.
*
Il netturbino svuota i cassonetti e io penso
a tutte quelle cose avvolte
in un involucro deperibile, le anime
per esempio
Noi siamo fatti di tutto quello che è sparito
e giace, ammasso di stelle senza nome,
in un disordine illuminato
(chi saprà mai se tutto questo strazio
lo governa una sconosciuta armonia)
Col raffio ora agganciaci, su, portaci via,
divinità invisibile,
mentre passiamo piroettando nella polvere volubile,
eterna jeunesse dorée qui va mourir,
sventate ballerine
oltre il buio e il tremore, oltre questa nube di spine,
oltre il fragore del tempo, oltre l’amore
*
Io sono una devota della notte
e delle matematiche severe, di questo ruotare delle sfere
e dei corpi nella notturna ragnatela
al ritmo del metronomo segreto
che rende armonioso lo sfacelo.
O stelle negromanti, aprite la voliera
dei cardellini meravigliosi che cinguettano,
araldi del tempo eterno sopra noi fugaci,
cantando le notti nere a noi sorelle.
E – Fammi entrare! – impetra il coro
in quella gamma di suoni
che solo i pipistrelli e i cani possono captare
toccandomi sulla spalla dove si formeranno stimmate
e penso di catturarlo allora in questo limbo
dal quale i vivi e i morti non usciranno più.
– Per disordinare il tempo, per tornare,
abbiamo fame,
abbiamo sete, e il tempo
bisogna confutarlo.
*
Aspra teologia, di che ci parli,
una divinità disperata corre
radendo la terra e con la bocca
strappa l’erba e la inghiotte:
dalla truce bellezza delle statue assire
agli agnelli sgozzati al leviatano che addobbato
con tutto l’hi-tech della morte
giace nel cranio del Mediterraneo
dove il sangue dei millenni
non è ancora tornato sale? O croci, o polvere
che come le dune dei deserti continuamente
cambi forma, sei tu il Motore Primo,
a cui tutto ritorna? Di che parli
agli issati da sempre su alte torri,
per sempre esposti agli avvoltoi?
*
Rubedo
Sturm und Drang 1
L’amore è cieco perché è scritto in Braille
e si legge con la bocca e i polpastrelli.
Il mio ha un cielo di marzo scartavetrato dalla brina,
luce di clorofilla e di ruscello,
la testa di capriolo, e la gola
crudele di una martora.
Non ha dimora
nelle parole, non sa
parlare. Appare.
L’amore mio è muto e analfabeta.
[…]
*
Valeria Rossella è nata nel 1953 a Torino, dove è tornata a vivere dopo un lungo soggiorno romano. Tra le sue raccolte di poesie: L’anima del violino (Galleria Pegaso Editrice, Forte dei Marmi 1996), Il luminaio (Crocetti 2003), La città di Kitež (Aragno 2012), Quello che vedo (Interlinea 2021). È anche traduttrice dal polacco, ha curato tra l’altro la versione di un’ampia scelta dell’epistolario chopiniano (Il Quadrante, Torino 1986), e di Czesław Miłosz, premio Nobel 1980, un’antologia di poesie La fodera del mondo (Fondazione Piazzolla, Roma 1996), e Trattato poetico (Adelphi, Milano 2011).

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