Le stelle familiari | Antonio Lillo

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Dalla nota dell’autore

Questo che avete fra le mani è un ritratto dell’autore a quarantanove anni. Al centro del ritratto ci sono un padre che, come nella poesia di Scataglini citata in esergo, morendo lascia un orto, così che attraverso la sua cura si possa lenire il dolore per la sua scomparsa, e un figlio che, non essendo mai diventato padre, resterà figlio per sempre, non trasmetterà ad altri questa eredità, se non scrivendone. Intorno a loro si dispiegano il mondo e l’orto. Nel primo si annida una consapevolezza delle sue contraddizioni che può farsi malattia, nel secondo si riassumono rifugio e fine. Il primo poeta che ho conosciuto ad aver scritto un libro sull’orto come altromondo, capace di restituire persino la salute a un ammalato, è stato Lino Angiuli con Catechismo (1998), opera che ridà voce e spirito ai vegetali che lo abitano. Sempre Lino mi ha fatto leggere un libro di umore opposto, dove l’orto diventa luogo ultimo per seppellirsi, Il corpo e l’orto (2014) di Marco Amendolara. Fra questi due estremi si muove il mio lavoro. […] Un altromondo, dicevo, che si sottrae a un libromondo più ampio, che non sono riuscito a gestire come volevo. Il progetto è crollato per sovrabbondanza di testi e di idee, il tronco non era abbastanza forte per reggere il peso della chioma. Questo libro che avete fra le mani racchiude circa un terzo di quel progetto. Tutto ciò che non è qui è finito in un altro file, chiamato Mentre aspettiamo il nostro turno, che sta sepolto in una cartella sul mio PC. Voi sapete che c’è, perché così come una biblioteca è fatta
anche dai libri che non abbiamo letto, allo stesso modo è fatta dai libri che abbiamo sognato, e ciascuno di quelli che ha sognato l’autore lascia una traccia in ciò che ha dato alle stampe. Così, se in questo vi sembra di scorgere qualche ponte sospeso, è perché rimanda a quell’invisibile lanciato oltre il giardino. Ecco la domanda che mi aspetto: data l’ingombrante quantità di libri che già hanno affrontato i temi della perdita e dell’orto, serviva pubblicare questo libro? Serviva, in ogni caso, pubblicarne un altro? Non saprei dirlo, non sono pronto a scommetterci. Allora perché farlo? Per un debito d’affetto, per ragioni assolutamente personali, le sole a cui mi appello per chiedere un po’ di comprensione per quest’ultimo libro che non dice nulla di nuovo, ma prova a chiudere il cerchio di questa successione mancata, da padre a figlio, da figlio a chi lo leggerà. E che le stelle familiari sappiano ancora orientare il passo.

 

Da Le stelle familiari (Pietre Vive Editore 2026)

Salvami, mio vero male
che devoto prendi forma entro lo sterno
ora ch’è tardi ed è scuro questo inverno
pronto a scoppiare nel mio sangue.
Aiutami a cicatrizzarlo fra le dita
come bolla, segno, taglio oppure vera
asseconda la mia ultima preghiera
e non lasciarmi affacciato a questo vuoto
dove più si annida il morso del mio topo
solo e senza amici. Perdonami
per ogni cedimento. Adesso saldo il conto
e poi vado contento.

*

Ho visto
e per questo me lo porto appresso
il primo volo di una piccola ghiandaia
dalla zampa offesa
caduta giù dal nido
incitata dal richiamo della madre
si trascinava sulla terra a balzelli.

Incapace di stare posata
e di spiccare decisivo il salto
e di prendere quota
s’è trascinata cupa e testarda
fra gli alberi dell’oliveto e il noce
affondando spesso il becco nella terra.

La cresta sollevata senza posa
dopo lunghi tentativi ha spiccato
il primo volo a bassa quota
planando per cinque o sei metri
nella luce filtrata del sole
ed è scomparsa oltre il fogliame

non sapremo mai dove
se in alto
superati i primi rami oppure riatterrata
oltre il fogliame illusa
dai primi pochi metri in sospensione
per essere poi preda delle volpi.

Ciò che resta di lei strano a dirsi
è la speranza per quelli come lei
che vivono precari fra la terra e il cielo
per una volta sapere cos’è stata

la pura sensazione del distacco.

*

Mi muovo dondolando nel cielo
che è cavo ed albino
come un passero vuoto sollevato dal vento.
Inseguo la voce sola che sento
che è la voce di tutti e di ognuno
centrata nel verde.
Sussurra e sfiata e scuote
le punte rossastre e le nere
e gonfia le chiome e le abbatte
come fossero una.
Le vedi vibrare nel sole
nel tocco del vento e producono un suono
selvaggio ma muto alla mente
e stanno nell’ombra e nel verde
col loro tremare.
I frutti del ciliegio spezzato
dall’infuriare del vento
prendono sangue dal fondo
gli uccelli a comunione col mondo.

*

Ecco mi commuovo
di fronte allo stupore di mio padre
che si osserva morire
fissandosi per ore gli arti ossuti
estraneo ormai al suo nome.
Li rigira nello sguardo muto
la bocca amareggiata
li studia nel loro assottigliarsi
li vede perdersi di grasso e peso
e poi scavarsi le fosse nella pelle
le bocche senza un grido da cui
riemergeranno le voci
di ogni morto che lo scava.
Poi di volta in volta verso me
si volta pieno di veleno se al confronto
ancora troppo gli assomiglio
troppo a lui compagno, troppo figlio
persino qui in magrezza e malattia
noi due scarnificati
e uniti ai suoi occhi inquisitivi
nei polsi, alle caviglie
che non ci lasciano sperare
altro di buono
che una punta secca di coltello
per bucarci il collo.
Di entrambi noi saranno
le giunture a parlare
cigolanti e secche, le
clavicole che spingono sul vuoto…

*

«Quante volte mi sono chiesto dove vanno i morti. Non in alto, nemmeno in basso. Nemmeno semplicemente al cimitero. I morti arrivano sempre prima di noi, e sanno dove fermarsi. Se devo immaginarli, li penso così: sparsi, leggeri, dentro i movimenti delle cose. Un frullo d’ali che non lascia traccia, una direzione che non ha bisogno d’essere spiegata. Li vedo sui fili della luce, in attesa di qualcosa. Non fanno niente di speciale, eppure tengono insieme il paesaggio. La sera li sento rientrare nella quercia di fronte, fra i bassi oliveti, l’alta quercia che li accoglie nel suo nero. Il cielo si riempie di linee che si intrecciano e si sciolgono, finché ognuna trova il suo posto nell’aria. Penso a mio padre, osservandoli. Certe mattine mi sembra di riconoscere quel suo modo di stare in equilibrio sulla corda. È una sciocchezza, lo so, i morti non somigliano a nessuno. Eppure c’è qualcosa, una postura, un’inclinazione del capo, una modulazione del fischio, che mi costringe a fermarmi. Non chiamo. Lo lascio stare con gli altri. Piega la testa, come se ascoltasse una parola che non sento, poi spinge in avanti il becco per afferrarla nel vuoto, una parola precisa, sempre la stessa, che continua a sfuggirgli. La insegue. Quando la trova, non canta. La ingoia. Fanno tutti così, i morti. Vicini e distanti come stelle familiari. E se a volte mi perdo, non è perché sono andati via, è perché ho smesso di guardarli».

*

Quando con te finirà il verde dei pennacchi
di cicorie e finocchi
e le unghie di carne della magnolia
smetteranno di sfogliarsi al cielo vangoghiano
e abbandonati sui rami i limoni in orto esploderanno
in un giallo disumano,
che ne sarà di me qui solo col codice vibrato
del codirosso nascosto nella siepe?
Godo con lui del sole e tremo al vento
che scuote i fiori e l’erba e taglia a mezzo il cuore.
Che ne sarà di me dimenticato in questa casa di vetro
da cui mi affaccio ogni giorno sul vuoto
e misuro di ogni ragno il peso
che come te scompare e come te non muore
mai abbastanza?

*

Da che lavoro l’orto
nel quadrato di terra affidatoci
dal padre alla sua morte

un instancabile e duraturo dolore
mi attraversa il corpo.

Non è la terra che scagiona
viola dai germogli più caparbi
le gracili creature inermi.

Vorresti abbandonare il corpo
rimanendo in vita
in questa chiara osservazione
che travolge i sensi e la ragione.

Che persino ti coinvolge
complice, assassino, testimone.
Non più padrone ormai.

Tu stesso orto.

*

Antonio Lillo vive e lavora a Locorotondo dove è direttore editoriale delle edizioni Pietre Vive.

 

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