Dalla prefazione di Biagio Accardo
C’è in questo ultimo libro della Scappini, per vertigine di cielo, qualcosa che sorregge e innerva le parole, quell’altrove, di reminiscenza pascoliana, che permette all’autrice di fare esperienza del mondo senza subirne il limite, anzi di costituirlo come un insperato “punto di luce”, grazie al quale poter godere, anche per pochi e immediati frammenti, di quelle “visioni di ogni oltre” che rendono possibile l’esperienza del nostro essere al mondo. La poesia di questo libro, così aerea, così leggera, anche quando affronta realtà che “arruffano il cuore”, preserva un nitore che non è solo di natura stilistica, ma che rimanda a una capacità tutta interiore, e lungamente allenata, di saper guardare ciò che veramente conta. E ciò che conta è opera meticolosa, opera prudente, attenta e rispettosa di ogni frammento di esistenza e di vita che ci pullula attorno. È quel saper smuovere piano, così come sanno fare solamente coloro che sono esperti di cose terrene, “una cupoletta di terriccio asciutto” perché “spunti / a l’improvviso, dietro poche foglioline sfatte, / il sorriso timido di due fragole rosse”. […] E dunque a me sembra che la poesia della Scappini sia mossa da una precisa direzionalità: quella di celebrare la continua rinascenza de l’esserci e degli esseri tutti, quella straordinaria capacità che la vita conserva di disporci a un nuovo che giunge e che si dà in forme sempre inaspettate e straordinarie. Si tratta di un poetare che ha deciso di stare alla larga da processi introspettivi, spesso asfissianti, e di fare affidamento su una relazione fondamentale con ciò che sta fuori da noi. Sì, nella poesia della nostra autrice il mondo è salvo, e con il mondo la sua capacità di essere segno o simbolo di una realtà che, benché oscura, sappiamo essere il nostro vero approdo. Scrivere, infatti, altro non è che questo “tornare / a la vigilia delle ore / un sentirsi srotolare / il firmamento addosso / la grazia di un bordo // un imeneo / ab ortu corteggiato”. E dunque da questa poesia che se ne sta a debita distanza dai meandri, a volte sterili, dell’indagine speculativa, bisognerà attendersi quelle continue folgorazioni che nascono dall’incontro con una realtà minuta, elementare, quasi inavvertita: la realtà silenziosa, protettiva e avvolgente del mondo vegetale, che costituisce la premessa necessaria del nostro esserci, oltre che la condizione essenziale del nostro poter essere ancora. […]
Da per vertigine di cielo (ilglomerulodisale 2025, collana “La rosa del guardare”)
non disertare l’appuntamento
col mare
di questo bosco chiaro
vedi, è un altare
dove celebrare i vortici
del sogno veritiero
che sorprende l’alba
*
vedi come le foglie dei platani
sbalzano il vuoto
come ciascuna col suo profilo netto
al vetro giunge
dove sto ritta presa d’incanto
perciò voglio nominarle una ad una
figlia prediletta, ciascuna, del creato
mentre la mente lontanando vaga
*
abbraccia quel tronco vivo
quando senti che ti chiama
abbraccialo anche se la circonferenza
è troppo ampia
fermati fidati prendi tempo
abbandonati alle rughe della corteccia
ascoltane il respiro loro sanno
appoggiati al suo battito fino a combaciare
lascia la carreggiata la via diritta
delira
sai che per ritrovarsi bisogna chiudere gli occhi
perdersi nella radura lasciare che ci abiti l’infinito?
*
nel palmo delle mani curvate a nido
raccolgo dalla roccia l’acqua sorgiva
in fretta la spargo a ristoro degli esili
rami di pino intrecciati a campanule
viola posate sul piano di quel capitello
ormai sbrecciato dove d’estate amo
sostare
basta in fondo il tempo di un sorriso
per incrociare lo sguardo mite di quella
Madonna contadina dalla veste azzurra
mezzo cancellata
sta lì per noi,
passanti frettolosi, ad ascoltare a benedire
aprendo per ciascuno una piega
*
quando nel bosco di notte
dal cielo piove una fiaba
chiama le foglie
il vento
che si fa sibilo e poi canto
mentre le stelle a cavallo della
radura disperdono il dolore
posano il buio e ogni paura
*
amo seguire l’ignoto
in pectore pulsante comporsi
quietamente in segni tra nodi
e piegature
custodire le estremità dei sogni
nell’apparire casuale delle cose
anche se ottundono i sensi
e per breve arruffano il cuore
Nadia Maurizia Scappini, di famiglia veneta, è nata a Bagno di Romagna (Forlì) nel 1949 e vive a Trento. Tra i titoli più recenti di poesia La luna nuda (Travenbook, 2007), Il ruvido mistero (Ancora, 2008), Un’ora perfetta (Aragno, 2015), Come dire dell’amore (Moretti&Vitali, 2019), sul fianco del mattino (pequod, 2024), per vertigine di cielo (ilglomerulodisale, 2025). I suoi romanzi: Le ciliegie sotto il tavolo (Marietti, 2012, Premio Asti d’Appello 2012), Sonia e il poeta (Il Vicolo, 2016). Ha pubblicato un saggio su preghiera e poesia: E tuttavia Ti cerco (Ancora, 2008) e un saggio/narrazione su cibo e convivialità, Limone ruffiano (Il Vicolo, 2016). Si occupa di promozione culturale, scrittura e critica collaborando con la pagina culturale di alcuni quotidiani locali e con riviste nazionali. Ha organizzato convegni e seminari di studio su poesia e mito e su temi di attualità del giornalismo.

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