Moenia | Pietro Romano

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Dalla prefazione di Isabella Bignozzi

[…] Pietro Romano in Moenia si colloca davanti a volti e presenze senza ricondurli a un quadro narrativo o interpretativo, lasciando che il loro apparire sia interrogazione del linguaggio stesso. Nella prima sezione, Come se a notte gli uccelli fossero vivi, la prossimità radicale al corpo sofferente e alle figure genitoriali, non riducibili a dato biografico né a trauma narrabile, dispone il versificare a una fenomenologia minima, dove il reale smargina e il tempo perde linearità. Padre e madre agiscono come forze formative ma retrattili: essenze differite, evocate tramite atti linguistici che ne registrano l’allontanamento progressivo. La filiazione è cimento alla perdita, anche di un canone condiviso: oltre alla biologia del corpo, s’incrina la possibilità di riconoscersi […]. La malattia, la sottrazione, gli ambienti ospedalieri modificano la percezione: plasmano la luce, il ritmo cronologico, la qualità delle parole. […] La seconda parte, “MoeniaCasa Circondariale (2024- 2025), introduce lo spazio ulteriormente delimitato del carcere. Assente è, nell’autore, la tentazione sociologica o morale: le mura, da mero apparato repressivo, diventano dispositivo di risonanza dove le voci, private della stabilità del tempo, delle ampiezze di una comunità, si addensano. L’io poetico è laterale, moralmente silente: lascia che i nomi, i frammenti di vita, le domande troncate emergano senza essere addomesticate a un ordine superiore […] L’aula, le mura – moenia – sono il perimetro in cui il codice si ridefinisce; la pratica dell’insegnamento è esercizio di coabitazione linguistica, testandosi nella tenuta del dire. L’unità ritmica e tonale che trattiene vicine le due sezioni del testo è precipuamente in questa esposizione misurata, che aggira effusione confessionale e distanza oggettivante in favore di una tenace sospensione: reticenza lirica come esercizio di non asserzione e non possesso, condizione etica della parola. Altro elemento portante e condiviso nell’intera silloge è una raffinata ricerca delle dimore del senso. […] Romano rifugge l’istanza salvifica a favore di una pratica d’immanenza vigile, di un’eletta funzione custodiale. Le occorrenze dal registro devozionale – angelo, preghiera, luce – non strutturano una sfera teologica, ma parrebbero, a uno sguardo di superficie, residui affettivi di una tradizione dismessa, in cui la trascendenza, se evocata, rimane nostalgica e collaterale. Guardando meglio, tuttavia, il centro della fede è presente e vivido, a testimoniare la natura germinale, anziché residuale, degli elementi del sacro: evocati nel testo in sedi inattese, in territori dislocati. […] Pietro Romano in Moenia delinea piani mobili sui quali la parola, in carenza originaria, accetta di sostare; rendendosi garante che qualcosa di rilievo sia accaduto, e sia ora custodito in ausilî minimi del significare: gli elementi marginali, invisibili ai più, in cui la poesia trova le proprie condizioni fondative.

Da Moenia (ilglomerulodisale 2026)

Lume in ombra sulla soglia, Padre:
nessun Angelo posa in quest’ora di pace.
Così, mi ti accosti:
scavi dentro al mai più delle nubi
su di me deponi la mano quando
al terzo giorno il dolore, il mandorlo
distante già dalle parole.

*

Il silenzio delle stanze trattiene
voci di chi vi ha nascosto,
bozzata, la memoria di un giglio
bianco. Anch’io, tremante,
ricordo volti indugiare
alle finestre e nel buio accostarsi
a letti e pareti e restituire
parole al proprio male.

*

Non ho sete e mia madre rincasa
fra i petali di un bucaneve.

S’alza in volo uno stormo di uccelli:
nel loro ostracismo silenzioso
seccano i fiumi, la terra sprofonda.

*

Sfollati dalla memoria, svanite.
Ora chiamarvi per nome ora cercarvi
come nel buio lo sguardo si posa,
bozzati, su nubi e stormi di passeri,
per non più riconoscere – fra altri –
la vostra voce, il vostro dolore.

*

Alberto oggi piange: la sua memoria non regge.
Chiede se per lui possa scrivere una lettera,
addolcirla con un verso, perché il fratello ricordi
di mostrarglisi alla luce.

*

Trent’anni di carcere, cinquantuno prigioni. Chiedi
se le anime abbiano un tempo, se quella
di tuo padre adesso riposi tra la legna
bagnata degli orti o in un abito stirato a festa,
in un’altra luce.

*

È il vento d’ottobre, la pira di dolore tra le nubi,
la foschia del mattino sui visi
dei vostri cari alla sbarra con sacchi
e rosari tra le mani, a vagare con lo sguardo
laddove sfioriscono le preghiere
dei figli.

*

Pietro Romano (Palermo, 1994) si è laureato in Italianistica presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna con una tesi su Nino De Vita. Ha pubblicato: Fra mani rifiutate (I Quaderni del Bardo, 2018), Case sepolte (I Quaderni del Bardo, 2020 – prefazione di Gian Ruggero Manzoni, postfazione di Franca Alaimo, finalista del Premio Mauro Prestigiacomo) e Feriti dall’acqua (peQuod 2022). È tradotto in russo, greco, catalano e spagnolo, e inserito nell’antologia Le parole a quest’ora (Free Poetry, 2019, a cura di Paolo Galvagni).

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