SILVIA ROSA | Tutta la terra che ci resta

Silvia Rosa

Tutta la terra che ci resta

Vydia Edizioni, 2021

A Tutta la terra che ci resta dedicai poco tempo fa una piccola nota (*). La riporto qui e al contempo aggiungo uno scorcio di pensiero a proposito di questo lavoro certosino, articolato epitaffio per il Mondo (arcano XXI). Per citare le amate carte arcane, con le quali mi diletto a tracciare note e recensioni, direi proprio che nel percorso poetico che l’autrice ci regala emerge lucente la tredicesima lama (la Senza Nome) che si fa Imperatrice (IV) e va a dominare la scena insieme alla Torre (XVI) in rovina, edificio nel quale si scorgono i giocatori del qui e ora. Sono all’opera il Diavolo del nostro tempo e un Cristo moderno, un Appeso senza opzioni impiccato alle creazioni della Rivoluzione Industriale e Tecnologica. La silloge di Silvia Rosa è un composto alchemico accuratamente sezionato in alambicco, materia senza pretese di trasformazione dalla nigredo al rosso; l’autrice osa piuttosto “patologizzare” (James Hillman, Re-visione della Psicologia) all’estremo, disossare, scarnificare il vivere contemporaneo per addentrarsi nell’inferno vivo del presente, in una “terra desolata” dipinta nei toni del grigio, in un vuoto “codice h” che induce al grido silenzioso di una Psiche che ha perduto Eros per sempre. Nel suo approfondimento intellettuale minuzioso, la Rosa non sembra voler cercare il settimo metallo. L’anima d’oro del Mondo erra piuttosto tra le stanze seminando memoria, è Idea plutonica e uranica, più che platonica, che discende nel verso e accende un lume poetico nella terminologia tecnologica, riconducendo l’umanità con coraggio al centro del nulla.

Da qui, ognuno riparta verso il proprio senso dell’Essere.

<Gli scatti del fotografo Fabio Trisorio sono stati elementi d’ispirazione per i testi>

*

Scrivevo:

Il grido dell’umanità del qui e ora mi arriva acuto e plumbeo dai testi che ho letto con attenzione; è una stilettata questo lavoro certosino della Rosa, opera nella quale io non ritrovo lo sguardo della donna colta alla finestra da un pittore fiammingo, lo stesso clima intimista dell’anima che permea le stagioni, il medesimo canto che ho ascoltato in Tempo di riserva. Là e allora c’era una simbologia antica fatta di madri e di figlie, di mogli e di bambine. Un regno a tratti ibseniano, pulsante miocardio individuale con la rivolta nel sangue. Qui, nella Terra che resta tra le mani e negli occhi, l’uovo covato a lungo dalla Papessa (arcano II) ci conduce alla carta successiva, l’Imperatrice (III) estratta dalla stessa Rosa, su mia richiesta, e porta alla luce il nucleo nero-rosso, il fulcro radioattivo, l’uranica voce forte della specie nel collettivo andare oltre le specie, oltre i limiti. Dal guscio fatto a pezzi sulla strada, il tuorlo della visione emerge lucido. Sarebbe davvero facile scrivere “distopia”. Nella ricerca umana e letteraria di Silvia Rosa, l’utopia e la distopia coesistono nel suo quotidiano tessere i picchi alle valli, senza mai concedersi una sosta che possa dirsi definitiva. La preziosa cura della parola viva.

*

Dalla Prefazione:
L’età della profusione
di Elio Grasso

Ecco che Silvia Rosa, accuratezza visiva alla mano e nella borsa cose difficili da descrivere, ottiche e micro-circuiti d’energia oltrepassanti la forza umana, percepisce (e, a valle, scrive) acutamente la verità e le relazioni di un ammasso estetico-tecnologico che da Ovest a Est, da Cupertino a Shenzen, ha occupato tutti i territori geografici, casalinghi e infine corporali.

(…)

Cos’altro aspettarsi, dunque, dal mondo? In quest’epoca dominata da trasformazione vanitosa (si sono notate le vanterie tecnologiche quando applicate ad alcune parti del corpo umano?) e illodevole, in molte delle poesie non sono rari gli accenni a voci stese fra colate di cemento come intendessero asciugare gli incubi.

Cyber future. Computer life, di Max Hay

Testi scelti da Poesie Aeree:

*

Abbiamo fatto una magia – guarda
rimestato ogni angolo affinché rilucesse
come una moneta di platino
e poi abbiamo preso il cielo
con la punta delle nostre lingue
l’abbiamo lavorato in una scala di grigi
senza più toni caldi e orientamento
così adesso luccicano i nostri passi falsi
sotto il plumbeo che ci schianta,
privi di olfatto per non imbattere nell’odore
di sterco e di tana, bidimensionali e nitidi
ci duplichiamo a latere dell’immagine,
in un’asettica anestesia cromatica, dentro
una cuspide d’ombra, nuova di zecca

*

Dentro una pozza di cielo
i pendagli degli alberi tremolano
in questo giorno che un calendario
ha nominato Primavera,
e risucchia in uno slargo acceso
tutta la terra che ci resta
Dove siamo, mentre la notte
entra sicura sulla destra e vira
al chiaro che svanisce? Dove vanno
le cose che si illuminano,
quando lasciamo un punto piccolo
di fuga per non dimenticare
di fiorire lungo la strada
del ritorno?

*

Forse ci risveglieremo da un sonno
di confine, un fuoco nero arderà
allo zenit delle tenebre, respireremo
il fumo denso che ascende fino
al firmamento in volute e profezie,
chiederemo a un algoritmo la ragione
d’essere in avaria ostinata, così fragili,
e tutte le istruzioni per sfuggire al caso,
sopravvivremo anche alla banalità
dei giorni, all’addio volubile di pin
e password, arenati in qualche rada
della mente, cambieremo il filtro
delle lenti ma mai la prospettiva
aurea, staremo nell’assenza di peso
e gravità, estatici, una visione doppia
di noi stessi: da un lato vivi, dall’altro
[…]

L’autrice:

Silvia Rosa nasce a Torino, dove vive e insegna. Suoi testi poetici e in prosa sono presenti in diversi volumi antologici, sono apparsi in riviste, siti e blog letterari e sono stati tradotti in spagnolo, serbo, romeno e turco. Tra le sue pubblicazioni: l’antologia foto-poetica Maternità marina (Terra d’ulivi 2020), di cui è co-curatrice insieme a Valeria Bianchi Mian e autrice delle foto; le raccolte poetiche Tempo di riserva (Giuliano Ladolfi Editore 2018), Genealogia imperfetta (La Vita Felice 2014), SoloMinuscolaScrittura (La vita Felice 2012), Di sole voci (LietoColle Editore 2010 ‒ II ediz. 2012); il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke Edizioni 2013); il libro di racconti Del suo essere un corpo (Montedit Edizioni 2010). È vicedirettrice del lit-blog Poesia del nostro tempo, redattrice della testata online “NiedernGasse”, collabora con il blog di letteratura “Margutte”, con la rivista «Argo» e con il quotidiano «il manifesto».
È tra le ideatrici di Medicamenta – lingua di donna e altre scritture, progetto di Poetry Therapy che propone una serie di letture, eventi e laboratori rivolti a donne italiane e straniere, lavorando in una prospettiva psicopedagogica e di genere con le loro narrazioni e le loro storie di vita. Ha intervistato e tradotto alcuni autori argentini in Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici (edizioni Versante Ripido e La Recherche 2017).

Link: https://www.vydia.it/it/tutta-la-terra-che-ci-resta/

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